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lunedì 19 Ottobre 2026

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Economia

Il dollaro, il petrolio e la nuova geografia del capitale

Il dollaro rimane la moneta dominante, ma la crescita di circuiti regionali e bilaterali minaccia il suo primato.

Il dollaro, il petrolio, l’oro e la nuova geografia del capitale. Da Bretton Woods a Hormuz, il sistema economico globale sta attraversando una trasformazione silenziosa ma profonda. La forza non basta più a difendere il primato del dollaro, e la sua centralità monetaria, pur rimanendo intatta, si confronta con nuove sfide. La crisi del 2022 ha accelerato un processo già in atto: la diversificazione delle riserve valutarie e l’affermarsi di alternative al dollaro, come l’oro e il renminbi. La domanda non è se il dollaro perderà il suo ruolo, ma come si adatterà a un mondo in cui la fiducia e la stabilità economica non sono più garantite solo da una potenza.

La crescita dell’oro e la riduzione del dollaro

Per tre anni consecutivi, dal 2022 al 2024, le banche centrali hanno acquistato oltre mille tonnellate di oro l’anno, e la Banca centrale europea ha certificato che nel 2024, ai valori di mercato, il metallo ha superato l’euro diventando la seconda attività di riserva mondiale dopo il dollaro. Questo dato rivela una tendenza chiara: la fiducia nel dollaro si indebolisce, mentre l’oro si afferma come alternativa sicura. L’oro è l’unica riserva senza emittente: non promette nulla e non dipende da nessuno. Sceglierlo significa non affidarsi ad alcuna potenza. È il primo segno di quella solitudine che attraversa oggi l’intero sistema.

Il dollaro, un privilegio da custodire

Gli Stati Uniti conservano comunque vantaggi che nessun concorrente può replicare. Secondo il Fondo monetario internazionale, nel secondo trimestre del 2026 il dollaro rappresentava ancora il 56,7 per cento delle riserve valutarie mondiali, l’euro il 20,6 e il renminbi il 2,1. Questi numeri dimostrano che il dollaro non è in crisi, ma si confronta con nuove sfide. Il privilegio americano sta nella capacità di attrarre il risparmio del mondo, di finanziare il proprio debito sul mercato più profondo che esiste e di usare l’accesso alle infrastrutture finanziarie come strumento di politica estera.

Washington lo sa e lavora per estenderlo: con il GENIUS Act del luglio 2025 ha dato una cornice legale alle stablecoin ancorate al dollaro, che portano la moneta americana dove le banche non arrivano. Ma ogni leva usata per esercitare pressione insegna agli altri a dipenderne meno. È qui che la potenza americana incontra il suo paradosso. La guerra con l’Iran e la paralisi dello Stretto di Hormuz hanno riportato il Brent sopra i cento dollari. A settembre l’inflazione statunitense è salita al 3,7 per cento annuo, con la benzina cresciuta del 9,1 per cento in un solo mese e l’energia in aumento di oltre il 20 per cento su base annua.

L’Italia ne è la rappresentazione più nitida. Le famiglie italiane detengono, secondo i dati della Banca d’Italia, oltre 6.400 miliardi di euro di attività finanziarie; lo Stato porta un debito pubblico che ha superato i tremila miliardi. Siamo un paese ricco di risparmio e povero di strategia, che con il proprio denaro finanzia volentieri le priorità di altri e continua a discutere se e come sostenere le proprie.

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