Da dieci anni a Milano il costo della vita è cresciuto a un ritmo doppio rispetto a quello degli stipendi. Secondo un’indagine realizzata da Spazio Pubblico sui dati Istat e del Comune di Milano aggiornati al secondo quadrimestre 2026, i prezzi dei beni e servizi di utilizzo quotidiano sono aumentati complessivamente del 26%, mentre i minimi contrattuali del commercio, uguali in tutto il Paese, sono saliti del 13%. Questo incremento ha portato a una progressiva erosione del potere d’acquisto dei lavoratori e delle famiglie milanesi.
Un aumento esponenziale dei prezzi
La situazione è particolarmente critica per le spese quotidiane. La verdura, ad esempio, ha subito un rincaro del 49%, il pesce del 41% e i formaggi del 32%. Anche i prezzi di altri beni di consumo, come il caffè, le uova e il burro, sono aumentati in modo significativo, con incrementi che raggiungono il 37% e il 45%. Fuori dal supermercato, la situazione non è migliorata: ristoranti e bar costano il 31% in più, le prestazioni odontoiatriche il 20% e palestre, piscine e corsi sportivi sono rincarati del 34%. Questi dati mettono in luce un quadro di costi crescenti che colpisce in modo diretto la vita quotidiana dei milanesi.
La mancanza di un’azione concreta
Tomaso Greco, coordinatore di Spazio Pubblico in Lombardia, ha sottolineato che il problema non è solo il caro casa, ma la mancanza di un’azione concreta per aumentare i salari. Il problema è che continuiamo a discutere di come rendere Milano meno cara, senza affrontare la questione fondamentale: come fare in modo che i milanesi guadagnino di più. Secondo lui, i minimi contrattuali sono gli stessi in tutta Italia, ma vivere a Milano costa molto più che altrove. Non possiamo pensare che la soluzione sia soltanto costruire case a prezzi accessibili, mentre tutto il resto diventa progressivamente fuori dalla portata di chi lavora.
Per risolvere questa situazione, Greco ha proposto una contrattazione aziendale e territoriale che tenga conto del maggiore costo della vita milanese e della maggiore produttività del territorio. Non c’è alternativa a una contrattazione capace di riconoscere il maggiore costo della vita milanese e la maggiore produttività del territorio e tradurli in salari più alti e più welfare. Questa battaglia, ha aggiunto, deve essere portata al centro della campagna elettorale, poiché è l’unica proposta che affronta direttamente il problema degli stipendi, anziché limitarsi a inseguire l’aumento dei prezzi.
La crisi del potere d’acquisto si fa sentire anche nei mercati rionali, dove i prezzi sono saliti in modo esponenziale. Basta fare un giro nei mercati rionali, che dovrebbero essere i posti dove poter risparmiare, per toccare con mano quanto il costo della vita nella metropoli sia cresciuto enormemente. La verdura, ad esempio, ha subito un rincaro del 49%, il pesce del 41% e i formaggi del 32%. Anche i prezzi di altri beni di consumo, come il caffè, le uova e il burro, sono aumentati in modo significativo, con incrementi che raggiungono il 37% e il 45%. Fuori dal supermercato, la situazione non è migliorata: ristoranti e bar costano il 31% in più, le prestazioni odontoiatriche il 20% e palestre, piscine e corsi sportivi sono rincarati del 34%. Questi dati mettono in luce un quadro di costi crescenti che colpisce in modo diretto la vita quotidiana dei milanesi.



