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Pemba, l’isola che si difende: attivismo silenzioso e resistenza al turismo di massa

Pemba, l’isola che si difende: attivismo silenzioso e resistenza al turismo di massa

Pemba, l’isola verde della Tanzania, si prepara a un’espansione senza precedenti, ma non senza resistenza. Tra il clima che cambia e i resort in arrivo, il progetto “Kijani” di WeWorld, guidato dalla sociologa Rozita Lucinda D’Souza, unisce ambiente, diritti delle donne e decolonizzazione degli aiuti per proteggere il futuro delle comunità locali. L’isola, conosciuta come l’altra Zanzibar, si trova a un’incrocio di sfide: la crescita turistica, la siccità, la perdita di risorse e la pressione su una popolazione che vive di agricoltura e pesca. Per chi vive lì, la spiaggia non è solo un luogo da visitare, ma un’importante fonte di vita.

Un’isola in transizione

Pemba, con circa 540mila abitanti, è un’isola collinare e verde, ricca di mangrovie e barriere coralline. Negli ultimi anni, l’aeroporto si è ampliato, i cantieri si moltiplicano e la popolazione cresce in fretta. L’isola si trova alla vigilia del turismo, ma non senza preoccupazioni. «Se è successo a un solo albero», dice Rozita, «che cosa accadrà a Pemba nei prossimi cinque anni? Non parlo di dieci anni. Solo cinque». L’abbattimento di un albero, simbolo di una comunità in transizione, mette in luce le tensioni tra sviluppo e conservazione.

La sostenibilità non è solo un’idea, ma un modo di vivere. Il progetto “Kijani Pemba”, finanziato dall’Unione europea e realizzato con l’aiuto di ong come Lvia e Piro, investe circa 3 milioni di euro per costruire o riqualificare scuole, mercati, fermate dell’autobus, aree verdi e servizi igienici. Tra i beneficiari, 8.500 studenti, che vedono migliorare le condizioni di vita. In molte scuole non c’è acqua corrente, così il progetto raccoglie l’acqua piovana per nuovi bagni, separati per ragazze e ragazzi nel rispetto della società musulmana. Gli assorbenti lavabili distribuiti con l’educazione alla salute mestruale vengono prodotti da un’impresa di donne dell’isola, finanziata dal progetto, e i kit includono sapone fatto a Pemba.

Un’azione che risponde a più bisogni

La strategia del progetto si basa su un’unica logica: ogni intervento risponde a più bisogni. «Tutto è collegato», dice Rozita. «Verde, qui, vuol dire etico, sostenibile e umano insieme». L’idea si applica anche in una scuola di una zona arida, dove i bambini hanno piantato alberi da frutto e avviato un orto biologico. «Non conoscono necessariamente le questioni politiche ed economiche del cambiamento climatico. Ma sanno che gli alberi danno ombra, producono frutti, rinfrescano l’aria», spiega. Riparo dal caldo, cibo, terra più sana, un posto più bello dove stare: anche qui un solo gesto risponde a più bisogni.

La resistenza si fa con le azioni, non con le parole. Rozita, keniota e sociologa, ha passato vent’anni tra Etiopia, Somalia, Sud Sudan, Ruanda e altri Paesi. A Pemba è arrivata da poco, come Area manager di WeWorld per l’arcipelago di Zanzibar. «Il nostro lavoro consiste nel collaborare con i governi e con le organizzazioni locali. Non siamo lì per sostituire il governo, ma per integrare e rafforzare il suo lavoro», spiega. Il progetto si basa su una logica di decolonizzazione: non portare soluzioni da fuori, ma costruire conoscenza da dentro. «Se è una scuola tanzaniana a insegnarlo a un’altra, l’iniziativa sarà accolta più facilmente», dice.

La posta in gioco è alta. Il mare si sta mangiando pezzi di spiaggia e, quando avanza, il sale entra nei campi e rovina le colture. Quando la terra non rende più, le famiglie cercano altri modi per sopravvivere, e spesso a pagare per prima è l’istruzione delle ragazze. Per questo un orto, un bagno, un albero non sono gesti isolati: sono il modo in cui una comunità diventa resiliente, a partire da chi rischia di perdere di più. «Che cosa possiamo fare noi, dall’Occidente, per l’Africa?» è una domanda che stride, dopo un discorso sulla decolonizzazione. Ma si può rovesciare e leggere come un effetto farfalla: un filo che lega in entrambe le direzioni ciò che accade in Africa e ciò che accade nel resto del mondo. Rozita lo trova in una parola che unisce molti italiani all’Africa orientale, da Zanzibar al Kenya: turismo. «Il turismo non è un’esperienza individuale, è un sistema: ci sono i governi, gli investitori, l’ambiente, le comunità, le destinazioni. E il turista arriva alla fine di questo sistema», spiega.

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