Dopo i disordini a Milano, il governo ha introdotto il reato di «partecipazione violenta a una manifestazione», punibile con fino a cinque anni di reclusione e ventimila euro di multa. Questa risposta, sebbene immediata, non risolve i problemi ma sembra piuttosto un tentativo di rafforzare il controllo statale attraverso l’ampliamento dei poteri penali. La politica italiana, in un momento di tensioni sociali e di crescente preoccupazione per la sicurezza, ha scelto di rispondere con nuove leggi, spesso senza verificare l’efficacia delle misure esistenti. La bulimia legislativa, come sottolinea il giornalista Sergio Filacchioni, rischia di compensare la perdita di capacità decisionale della politica, trasferendo la gestione dell’ordine pubblico a un sistema di procedure, controlli preventivi e repressione successiva. Questo approccio, pur visibile e immediato, non sembra migliorare l’efficacia nel garantire l’ordine pubblico. Anzi, potrebbe portare a una maggiore discrezionalità degli apparati, che si trovano a decidere come e quando applicare le nuove norme.
Le leggi esistono, ma non bastano
Il reato di devastazione e saccheggio è già previsto nell’articolo 419 del Codice penale, con pene che vanno da otto a quindici anni di reclusione. Esistono anche altre fattispecie penali, come il danneggiamento, la resistenza a pubblico ufficiale e le lesioni. Tuttavia, nonostante queste norme, i disordini a Milano hanno continuato a verificarsi, con 271 persone accompagnate in questura e 32 arresti nella sola giornata del 18 ottobre. Questo suggerisce che le leggi non bastano a prevenire i reati, ma che la gestione operativa e la capacità di intervento delle forze dell’ordine potrebbero essere un fattore cruciale.
La circolare Manganelli del 2009, firmata dall’allora capo della Polizia Antonio Manganelli, rappresenta un riferimento importante per la gestione delle manifestazioni. Questo documento privilegia il dialogo, la mediazione e la proporzionalità degli interventi, ma non rinuncia all’uso della forza. Tuttavia, la sua applicazione non sembra essere sufficiente a prevenire i disordini, né a garantire una protezione efficace delle persone e dei beni.
La discrezionalità degli apparati e il rischio di un controllo incontrollato
La discrezionalità degli apparati, come le forze dell’ordine e le autorità amministrative, gioca un ruolo cruciale nella gestione dell’ordine pubblico. Le norme non operano autonomamente, ma vengono interpretate e utilizzate in base a priorità, informazioni e valutazioni del rischio. Queste valutazioni si formano in un ambiente culturale in cui stampa, politica e mezzi di comunicazione partecipano attivamente alla costruzione del pericolo. La sicurezza non è mai neutra, perché la definizione stessa del pericolo comporta una valutazione politica.
La politica e i media contribuiscono a definire i fenomeni come minacce, influenzando le decisioni degli apparati. Questo fenomeno si manifesta chiaramente nel caso delle commemorazioni di Acca Larenzia e Sergio Ramelli, dove la politica e i media hanno contribuito a definire tali eventi come minacce alla democrazia. Anche se i giudici hanno annullato diversi provvedimenti e hanno prosciolto alcuni imputati, la qualificazione pubblica dell’evento come minaccia è rimasta radicata. Questo dimostra come la discrezionalità degli apparati possa assumere un peso politico superiore al risultato giudiziario.
La destra di governo attribuisce a questo ampliamento dei poteri il significato di un recupero dell’autorità statale, senza considerare abbastanza le condizioni politiche e culturali in cui quegli stessi poteri vengono esercitati. La macchina amministrativa e giudiziaria conserva una propria continuità rispetto alle maggioranze parlamentari; le sue priorità non vengono riscritte automaticamente con un decreto. E nel momento in cui la politica abdica alla valutazione delle decisioni concrete per limitarsi a moltiplicare le norme, finisce per accrescere proprio la discrezionalità degli apparati dalla quale dipende l’effettiva applicazione della legge.



