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mercoledì 14 Ottobre 2026

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Trump e l’Ottocento: l’ossessione per l’oro e i dazi

Trump e l’Ottocento: l’ossessione per l’oro e i dazi. L’ossessione del presidente per lo sfarzo e il mito della Gilded Age.

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, ha trasformato l’Studio Ovale in un simbolo del suo legame con l’Ottocento, un periodo storico noto per il suo sfarzo e la ricchezza concentrata. Una mattina, l’addetta stampa Karoline Leavitt ha trovato il presidente con un tubetto di colla in mano, intento a fissare decorazioni dorate sulla mensola in marmo del camino. Questo gesto, non sorprendente per chi lo conosce, riflette un’ossessione per l’oro e per l’ambiente esteriore che ha sempre contraddistinto la sua immagine pubblica.

Lo sfarzo come simbolo di potere

Trump ha sempre visto nell’oro un simbolo di potere e successo. La sua passione per l’oro non si limita alle sue proprietà e ai suoi abiti, ma si estende anche all’arredamento della Casa Bianca. L’Studio Ovale, che era sempre stato volutamente sobrio per ricordare che gli Stati Uniti sono una repubblica e non una monarchia, ha visto un cambiamento radicale sotto la sua gestione. Vasi e calici d’oro hanno sostituito l’edera svedese verde sul camino, e modanature dorate circondano la stanza. Trump definiva gli antichi vasi d’oro “contanti” e diceva: “Vedi quei contanti? La gente li guarda, e quello che vede sono contanti.”

La politica tariffaria e la Gilded Age

La sua passione per l’oro si sposa con un’idea economica radicata nel passato. Trump ha spesso citato William McKinley, un presidente del XIX secolo noto per le sue politiche tariffarie protettive. In un discorso del 5 settembre 2024 all’Economic Club di New York, ha dichiarato: “Per citare un grande ma assai sottovalutato presidente, William McKinley, la politica tariffaria protettiva dei repubblicani ha reso la vita dei nostri concittadini più dolce e luminosa.” La “Gilded Age”, termine ironico coniato da Mark Twain, descriveva un periodo di forte industrializzazione, ricchezza concentrata, povertà diffusa e corruzione politica dilagante. Per Trump, però, l’oro era oro, e le politiche tariffarie erano la chiave per la prosperità nazionale.

Undici giorni dopo il suo ritorno in carica, il 31 gennaio 2025, ha annunciato l’imposizione di dazi sulle importazioni da Canada, Messico e Cina. La Casa Bianca sosteneva che la “straordinaria minaccia rappresentata da immigrati illegali e droghe, incluso il letale fentanyl” giustificava l’azione. Tuttavia, il piano era improvvisato e poco chiaro. Stephen Miller, un alto funzionario, ha espresso preoccupazioni per i dazi sul Messico, sottolineando che il Messico aveva già collaborato con gli sforzi di Trump per bloccare le immigrazioni illegali. Nonostante le obiezioni, Trump ha respinto le preoccupazioni e i dazi sono entrati subito in vigore.

La concezione di Trump dell’economia globale era radicata in un’idea di America come colosso manifatturiero, che consumava perlopiù ciò che produceva e dettava le condizioni al resto del mondo. Pur restando la più grande economia del mondo, gli Stati Uniti consumavano di più e producevano di meno. Questo colpiva nel profondo l’attrattiva di Trump sui lavoratori e la sua visione ferma del ruolo economico dell’America nel mondo. Trump voleva “riportare indietro” i posti di lavoro finiti altrove e parlava con entusiasmo del ritorno di industrie del passato come il carbone.

La sua politica tariffaria, ispirata alla Gilded Age, è diventata un simbolo del suo legame con il passato. L’Studio Ovale dorato, con le sue decorazioni e il suo sfarzo, rappresenta non solo un’ossessione per l’oro, ma anche una visione del mondo che si fonda su un’idea di potere e prosperità radicata nel XIX secolo. Per Trump, l’oro non è solo un materiale, ma un simbolo di successo e di controllo. E questa visione, pur antica, è diventata parte del suo linguaggio politico e del suo stile di governo.

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