Acquaformosa, un piccolo borgo in provincia di Cosenza, ha trasformato la sua storia di comunità accolta in un modello di accoglienza attiva, contrastando lo spopolamento che colpisce le aree interne d’Italia. Da cinque secoli, quando profughi albanesi si stabilirono nel Pollino, oggi i discendenti di quei migranti accolgono rifugiati e richiedenti asilo, grazie all’associazione Matrangolo. L’obiettivo non è solo di offrire un tetto, ma di dare una possibilità di vita, lavoro e futuro a chi arriva, rafforzando al tempo stesso l’economia locale.
Un’eredità di accoglienza
La comunità arbëreshe, italo-albanese, ha radici che risalgono al XVI secolo, quando un gruppo di profughi albanesi, fuggiti dall’avanzata ottomana, trovò accoglienza in Calabria. Questa storia di integrazione e resistenza ha ispirato l’attuale impegno di Acquaformosa. «Del resto, anche noi siamo stati migranti. Cinque secoli fa i nostri antenati arrivarono qui in fuga e trovarono accoglienza. Quella storia è rimasta impressa nel nostro Dna collettivo», ha spiegato l’ex sindaco Giovanni Manoccio, oggi presidente dell’Associazione Don Vincenzo Matrangolo. Accogliere non è solo un gesto di solidarietà, ma anche un modo per dare una nuova possibilità al Comune e dimostrare che le aree interne possono rinascere.
Accoglienza e integrazione in un modello sostenibile
Dal 2011, l’associazione Matrangolo gestisce progetti di accoglienza Sai, che coinvolgono non solo Acquaformosa, ma anche sette comuni della provincia di Cosenza. I progetti, finanziati dal ministero dell’Interno, offrono vitto e alloggio, ma anche supporto per l’inserimento lavorativo, corsi di italiano, assistenza sociale e legale, e formazione professionale. «Innanzitutto, le persone sono accolte in appartamenti. Questo contribuisce a far sì che molti immobili, che altrimenti sarebbero chiusi perché i proprietari se ne sono andati, restino aperti e funzionanti», spiega Lidia Vicchio, vicepresidente di Matrangolo.
La gestione dell’alloggio è un aspetto chiave. I contratti d’affitto sono stipulati dai Comuni, ma una volta usciti dal percorso d’accoglienza, i beneficiari devono provvedere per sé. «L’avvocata chiarisce che una delle difficoltà maggiori oggi per chi desidera rimanere in Italia è quella di trovare una casa in cui vivere», spiega Vicchio. Tuttavia, l’effetto positivo è evidente: le famiglie che restano contribuiscono al rilancio dell’economia locale, sostenendo esercizi commerciali e garantendo la sopravvivenza delle scuole. La capacità di Acquaformosa di aprirsi al mondo ha permesso di rallentare lo spopolamento.
Negli ultimi 15 anni, l’associazione Matrangolo ha accolto 4100 persone provenienti da almeno 60 nazioni. Oggi, su 930 residenti, 106 sono cittadini stranieri. «Più di 20 famiglie sono quelle che sono state solo ad Acquaformosa fino al 2022», si legge nel contesto. La scuola, in particolare, ha beneficiato dell’impegno: 43 studenti, di cui 16 con cittadinanza non italiana, frequentano le classi, con una media di 8 stranieri alla primaria e la metà dei ragazzi alle medie. «Accogliere non è solo un gesto di solidarietà, ma anche un modo per dare una nuova possibilità al Comune e dimostrare che le aree interne possono rinascere», ha sottolineato Manoccio. L’associazione, inoltre, dà lavoro a giovani e professionisti che rimangono a vivere ad Acquaformosa, evitando l’emigrazione. Questo modello di accoglienza, basato su collaborazione, integrazione e sostenibilità, potrebbe diventare un esempio per altre comunità in difficoltà.



