Chi scrive d’architettura? È una domanda che ha trovato risposta in una mostra allestita al MAXXI e in due libri di Gianni Biondillo, che hanno messo in luce la complessità e la diversità dell’architettura italiana tra il 1946 e il 2026. L’interesse per il tema è nato da un desiderio di comprendere non solo le forme costruite, ma anche le idee, i contesti e le scelte che hanno portato alla loro realizzazione. L’architettura, come la letteratura, non è sempre arte, ma spesso è un riflesso della società e delle sue contraddizioni.
La mostra Vitalità dell’architettura italiana 1946 2026, curata da Pippo Ciorra e Elena Tinacci, ha suscitato molte critiche per la sua scelta di titolo e per la mancanza di un taglio critico sufficiente. Molti hanno sottolineato come il titolo, che sembrava promettere una narrazione completa e approfondita, non abbia corrisposto alle scelte curatoriali. Forse bastava cambiarlo, come suggerito da alcuni, in Archivio dell’architettura italiana 1946 2026 in mostra, per evitare le confusioni e rendere più chiara l’intenzione della mostra.
Nel capoluogo lombardo, durante il ventennio fascista, si è sviluppata una scuola di architettura che si distaccava dal classicismo romano. A Milano, attorno a Giuseppe Pagano Pogatschnig e Edoardo Persico, si sono radunati giovani architetti che sfidarono i dettami del regime e si aprirono al dibattito europeo sul Movimento Moderno. Questi progettisti sposarono i principi razionalisti senza rinnegare le tradizioni locali e rurale.
La battaglia tra la scuola romana e quella milanese fu etica quanto estetica. Si trattava di un confronto tra rigore e pessimo gusto, tra democrazia e fascismo. L’architettura moderna, con la sua razionalità e la sua capacità di innovare, si oppose al classicismo aulico e pomposo che dominava a Roma. L’edificio che meglio rappresenta questa contrapposizione è la stazione centrale di Milano, costruita nel 1914 in linguaggio eclettico e ‘inaugurata’ nel 1931 da Mussolini, che la ricoprì di effigi a forma di fascio e di leoni per attribuirsi il merito.
Un esempio significativo di architettura che non è di regime è la Casa del Fascio di Como, progettata da Giuseppe Terragni nel 1936. Costruita come sede del partito provinciale fascista, l’edificio si distingue per le sue forme semplici e perfette, che disattendono i dettami del regime. Nonostante fosse istituita come una tipologia neoromanica, la Casa del Fascio di Como si presenta come un capolavoro dell’architettura contemporanea, lontano dal monumentalismo e dalla retorica del regime.
Gianni Biondillo, nel suo saggio La costruzione del potere. Perché l’architettura fascista non esiste, ha sottolineato come non tutti gli edifici costruiti in pieno regime siano architetture di regime. L’architettura, una volta costruita, non appartiene più al progettista né al committente, ma alla città e alla storia. L’edificio, infatti, diventa parte del tessuto urbano e della memoria collettiva, e può essere utilizzato per scopi diversi da quelli per cui è stato progettato. La Casa del Fascio di Como, ad esempio, è oggi un simbolo di modernità e razionalità, nonostante sia stata costruita in un contesto politico e sociale diverso. L’architettura, quindi, non è solo una forma costruita, ma un atto di creazione che ha un impatto duraturo sulla società e sulla cultura.
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