La tendenza a piantare vigneti in montagna, spinta dal caldo e dal riscaldamento globale, ha trovato terreno fertile in alcune regioni italiane, ma il quadro economico e produttivo non è uniforme. Mentre in alcune aree i prezzi dei terreni agricoli crescono, in altre si registrano flessioni. L’innalzamento delle colture, pur rappresentando una risposta alle sfide climatiche, comporta costi elevati e una gestione complessa, che non sempre si traduce in un ritorno economico soddisfacente.
Negli ultimi dieci anni, la viticoltura ha imparato a salire, soprattutto per necessità, non per moda. Il cambiamento climatico, con il surriscaldamento dei suoli e dell’aria e la siccità, ha posto sfide difficilmente affrontabili con strumenti vecchi e tradizioni ferree. L’agronomo Adriano Zago spiega che, nelle denominazioni storiche, la quota è aumentata da 300-400 a 500-600 metri, mentre fuori dai disciplinari si arriva a 800, 900 o anche mille metri. La quota è diventata una risposta al caldo: dove prima la vite faticava a maturare, oggi trova l’equilibrio che la pianura sta perdendo.
Secondo le indagini del Crea, nel 2024 i prezzi medi dei terreni agricoli sono cresciuti dell’1%, in linea con l’inflazione. Per i vigneti, la dinamica sembra allineata. A correre sono le denominazioni di vertice come Langhe, Montalcino e Alto Adige, mentre gran parte del territorio resta sostanzialmente ferma. In Veneto, ad esempio, i prezzi si impennano a causa della scarsità dell’offerta a quote elevate. «Oggi investire in altitudine conta decisamente più rispetto al passato», conferma Francesca Tinazzi, amministratrice delegata di Tinazzi.
Nonostante l’interesse crescente, il mercato dei vigneti in montagna non è omogeneo. In alcune aree, come a nord-est, i prezzi salgono a causa della limitata disponibilità di terreni. Tuttavia, in altre regioni, come a Verona, si registrano flessioni. Gianni Tessari, titolare della cantina omonima, spiega che «le difficoltà delle Doc nel territorio veronese si trasferiscono nel valore delle uve e di conseguenza nel valore dei vigneti». Il rischio dell’altitudine, inoltre, non è solo economico: la gestione dei terreni in quota richiede maggiore manodopera, costi di accesso e di meccanizzazione, e una qualità non garantita in tutti i casi.
Albino Armani, vignaiolo coinvolto in vari progetti in quota, sottolinea che «il percepito economico del differenziale tra un’uva dell’alta Valpolicella o dell’alta montagna trentina e un’uva della pianura a volte proprio non esiste». Inoltre, spostarsi in quota può comportare un grado zuccherino inferiore, con conseguenze negative sul prezzo finale. «Chi ne ha intuito l’esigenza e l’utilità lo ha fatto anni fa, mentre chi inizia a pensarci o a farlo oggi probabilmente è in ritardo», conclude Tessari. Nonostante i costi e i rischi, la tendenza a piantare vigneti in montagna sembra destinata a rafforzarsi. Tuttavia, per gli esperti, la priorità non è solo salire, ma anche ripensare la gestione del suolo e delle colture, in modo da massimizzare i benefici e minimizzare i danni. «Prima di cercare una soluzione cento metri più in alto, dovremmo chiederci se abbiamo fatto tutto il possibile nei primi centimetri sotto i nosti piedi», conclude Adriano Zago.
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