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martedì 22 Settembre 2026

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Cronaca

Morte di David Rossi, il finto Antonio Muto compare in Commissione

Nuovo sviluppo nel giallo della morte di David Rossi: il finto Antonio Muto compare in Commissione e nega ogni contatto con il capo della comunicazione di MPS.

La Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di David Rossi ha visto emergere un nuovo elemento misterioso: l’imprenditore Antonio Muto, originario di Cutro, ha negato di aver mai conosciuto il capo della comunicazione di MPS e di aver mai avuto contatti con lui. Muto, convocato per chiarire un episodio in cui un uomo si era presentato nel 2016 all’avvocato Luca Goracci, legale della famiglia Rossi, millantando di essere lui e fornendo dettagli inquietanti sugli ultimi mesi di vita del defunto, ha espresso sconcerto per la situazione. «A me questa cosa è sembrata strana dall’inizio», ha detto.

Il finto Antonio Muto e il mistero della morte

Il sedicente Muto aveva raccontato di aver fissato un appuntamento con Rossi il giorno della tragedia e di essere arrivato quando il corpo era riverso a terra. Ha aggiunto di essere stato aggredito da quattro uomini mentre tentava di avvicinarsi a Rossi e che nella colluttazione era partito un colpo di pistola perché quegli uomini erano armati. Una ricostruzione che comprendeva presunti riciclaggi di denaro, viaggi settimanali a Roma per prelevare fondi neri diretti a Rocca Salimbeni e misteriose consegne di valigette all’interno dello Ior tramite un personaggio soprannominato “Fonzie”. Muto, interrogato sui fatti, ha espresso il proprio sconcerto, Chi può aver inscenato una messinscena del genere, usando il suo nome e la sua storia?

Antonio Muto: la sua storia e le inchieste

Muto, coinvolto nell’inchiesta della Dda di Brescia che nel gennaio 2015 portò all’operazione Pesci, ha ripercorso la sua vicenda giudiziaria. Dall’arresto, da inquadrare in una manovra a tenaglia condotta da ben tre Dda contro la potente cosca Grande Aracri (quella notte scattarono anche le operazioni Aemilia e Kyterion) all’assoluzione dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa confermata in tre gradi di giudizio. Muto ha ricordato anche i cinque anni trascorsi ai domiciliari dove ha scontato una pena per bancarotta, ma ha anche precisato che il Riesame e la Cassazione revocarono la misura cautelare in carcere, patita per 45 giorni, per carenza di gravi indizi.

Ha negato di aver mai messo piede a Viadana, dove porta la pista della ‘ndrangheta, perché il numero di un conto di un nipote del boss Grande Aracri corrisponde a un codice rilevato nella memoria del cellulare di Rossi. Quando Grande Aracri diceva: «Totò Muto viene e parla con me», l’imprenditore cutrese ha negato anche di aver mai preso parte alle operazioni descritte dal suo presunto omonimo. Ha ammesso di aver incontrato più volte l’ex sindaco di Mantova Giancarlo Sodano per le pratiche relative al cantiere di piazzale Mondadori, l’appalto che secondo l’accusa faceva gola alla cosca Grande Aracri. Ma lui sostiene di essere stato tirato in ballo nelle inchieste sul clan soltanto per il suo nome. Ci sono un sacco di Antonio Muto, anche nel processo Aemilia.

Resta in piedi l’interrogativo su chi fosse il millantatore che nel 2016 si è recato nello studio legale Goracci, perché abbia inventato un impianto narrativo così dettagliato e come sia stato possibile che nessuno ne abbia verificato l’identità. La Commissione, nel suo lavoro, dovrà approfondire queste dinamiche per chiarire eventuali connessioni con la ‘ndrangheta e il ruolo di Muto nella vicenda. La morte di David Rossi rimane un mistero, ma il finto Antonio Muto ha aggiunto un altro tassello al puzzle.

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