La Commissione europea ha lanciato una proposta di riforma degli appalti pubblici, con l’obiettivo di rendere la domanda pubblica più sostenibile e circolare, senza escludere le piccole e medie imprese (Pmi). La proposta, pubblicata il 9 settembre 2026, mira a introdurre nuovi criteri di assegnazione dei contratti, con un maggiore peso dato all’economia circolare e all’innovazione sostenibile. Tuttavia, il rischio è che procedure più complesse possano penalizzare le microimprese, già in difficoltà a causa dei tempi di aggiudicazione più lunghi rispetto ad altri paesi dell’Unione europea.
Un nuovo quadro per il procurement pubblico
La riforma, denominata Public Procurement Act, mira a sostituire le tre direttive del 2014 con un regolamento unico applicabile in tutti gli Stati membri. Tra le novità principali figura il definitivo superamento della logica del minor prezzo come parametro autosufficiente di aggiudicazione. L’introduzione di una procedura aperta-negoziata permetterà di vincolare la selezione della ditta appaltatrice a stringenti criteri qualitativi e di sostenibilità. La riforma affronta inoltre un limite storico del mercato unico: gli appalti pubblici europei restano segnati da una partecipazione transfrontaliera diretta ridotta, mentre quella indiretta, tramite filiali o joint venture, si attesta intorno al 20 per cento del valore totale.
La Commissione europea ha pubblicato i dati del Single Market and Competitiveness Scoreboard, che evidenzia i tempi di aggiudicazione più lunghi dell’Italia tra i cinque maggiori mercati dell’UE – 123 giorni, contro i 47 della Germania e i 74 della Francia. Un sistema già lento e poco competitivo assorbe con difficoltà l’onere aggiuntivo di una procedura più articolata. La quota di gare concluse con un solo offerente è al 34 per cento, inferiore solo alla Polonia.
La sfida per le piccole imprese
La misura costituisce un asset strategico per l’armonizzazione del mercato unico, ma rimangono notevoli ostacoli alla sua attuazione, soprattutto tra le Pmi. In Italia, solo il 57 per cento delle amministrazioni comunali applica il green public procurement (Gpp), a causa della mancanza di formazione adeguata per i funzionari che redigono i bandi. A ciò si aggiungono i costi di partecipazione: la documentazione tecnica richiesta nelle procedure di gara continua a rappresentare un onere significativo per le Pmi. Inoltre, nonostante i criteri ambientali minimi (Cam) siano previsti dall’articolo 57 del Codice dei contratti pubblici, una gara su cinque omette ancora la verifica ambientale obbligatoria.
Il rischio è che procedure più complesse penalizzino le microimprese. Per evitare che l’armonizzazione degli appalti pubblici aumenti i costi per le imprese più piccole, sono state proposte tre iniziative. Il primo intervento consiste nel rendere vincolante e non più derogabile la suddivisione in lotti di valore contenuto nelle categorie merceologiche a maggiore intensità di micro-impresa. Questo meccanismo agisce non per riserva, ma per soglia: riducendo il valore medio del singolo lotto aumenta la probabilità che una micro-impresa possa competere ad armi pari, senza che alcuna clausola la privilegi formalmente.
La salvaguardia delle Pmi richiede un equilibrio tra innovazione e accessibilità. Il secondo intervento riguarda la creazione di punti di assistenza tecnica dedicati alla fase negoziale, con l’obiettivo di trasferire parte dei costi fissi di partecipazione dalla singola impresa alla pubblica amministrazione. Tuttavia, l’assistenza dovrebbe essere incardinata nelle strutture di gara già esistenti, non costituire un nuovo snodo procedurale. Il terzo intervento, meno visibile ma altrettanto importante, riguarda la misurazione: i futuri National Public Procurement Data Spaces dovrebbero distinguere sistematicamente le micro-imprese dalle Pmi di maggiori dimensioni, affinché i due gruppi affrontino vincoli e incentivi molto diversi.



