Il premier britannico Andy Burnham ha annunciato durante il discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite la creazione di un “National Centre for Information Defence”, un nuovo centro nazionale per contrastare le operazioni di disinformazione esterne, soprattutto quelle provenienti da potenze straniere come la Russia. L’obiettivo è costruire una società più resiliente, meno esposta alle campagne di influenza online, e più capace di riconoscere e resistere alle manipolazioni. Burnham ha sottolineato che la vulnerabilità non dipende solo dal comportamento online, ma anche da condizioni sociali come il costo della vita, la fiducia nelle istituzioni e l’istruzione dei cittadini.
Resilienza sociale e difesa informatica
Il piano di Burnham si basa su due pilastri: la “information resilience” e la capacità dello Stato di interrompere le operazioni informative ostili. La resilienza sociale include l’alfabetizzazione digitale, la qualità dell’informazione e la fiducia nelle istituzioni. L’altro aspetto riguarda la capacità di individuare e contrastare le reti di account falsi, i deepfake e le campagne di influenza online. L’idea è di creare una struttura permanente che unisca intelligence, polizia, governo e piattaforme, superando le tradizionali divisioni tra sicurezza interna, politica estera e regolazione digitale.
Un modello simile al National Cyber Security Centre
Il National Centre for Information Defence potrebbe nascere all’interno dell’apparato governativo, seguendo un modello simile al “National Cyber Security Centre”, istituito per gestire la sicurezza cibernetica e diventato un punto di raccordo tra settore pubblico e privato. L’obiettivo è trasformare una serie di attività distribuite in una capacità nazionale riconoscibile, con poteri e responsabilità chiari. La collaborazione con le piattaforme e i ricercatori sarà cruciale, ma rappresenta anche un terreno delicato per il dibattito britannico, dove si discute il limite tra cooperazione e controllo dello Stato sul discorso pubblico.
Il progetto di Burnham non si limita alla lotta contro il disinformazione, ma mira a ridurre le condizioni sociali che rendono una società più vulnerabile. La disinformazione attecchisce meglio dove c’è sfiducia, precarietà e isolamento. Per questo, il piano include anche una componente di politica sociale, che va oltre la sicurezza e riguarda la tenuta sociale del Paese. L’idea è di trattare la difesa dell’informazione non solo come problema tecnologico, ma come parte della sicurezza nazionale.
Un dibattito in corso
Il dibattito sul tema è in corso in Gran Bretagna, con l’analisi del Royal United Services Institute (Rusi) che ha sottolineato la necessità di una struttura permanente per gestire le minacce informative. Tuttavia, l’applicazione concreta delle norme esistenti, come il “National Security Act” del 2023, rimane complessa, soprattutto quando si deve ricostruire la catena di un’operazione di influenza esterna. Burnham ha scelto la parola “disrupt” per descrivere l’obiettivo del nuovo centro: non solo capire e spiegare, ma interrompere le operazioni informative ostili. La sfida è risalire alla macchina che produce e amplifica i contenuti falsi, un compito reso più difficile dall’intelligenza artificiale, che abbassa i costi e aumenta la scala delle operazioni di influenza.



