Adriana Parrella, operatrice umanitaria di Medici Senza Frontiere, ha parlato del senso della cura e dell’umanità durante un incontro alla Feltrinelli di Varese, condotto da Ilaria Notari. L’incontro, tenutosi il 27 settembre 2026, ha visto la scrittrice riflettere sul suo romanzo Dal punto in cui il sentiero scompare, ispirato alle sue esperienze sul campo. Parrella ha sottolineato che il senso della cura non si limita all’atto di curare, ma implica un impegno a credere nell’umanità, anche quando le situazioni sono complesse e difficili.
La cura come valore aggiunto
Parrella ha spiegato che il senso della cura è portare un valore aggiunto che non si ferma all’atto di curare. «È l’idea dell’umanità che deve continuare, perché se ci si ferma siamo perduti», ha detto. Il dialogo con Notari ha portato alla riflessione su come l’aiuto umanitario non sia solo un’azione di soccorso, ma un impegno che richiede competenze, scelte difficili e responsabilità. Parrella ha ricordato che, nella sua esperienza, circa l’80 per cento del personale impegnato nei progetti era costituito da persone del luogo, e che è proprio attraverso di loro che l’aiuto diventa possibile.
Parrella ha anche sottolineato che il lavoro umanitario richiede una macchina molto più grande di quanto si possa immaginare. Bisogna portare medicinali in luoghi dove le strade possono non esserci, garantire la catena del freddo, organizzare turni e personale, costruire squadre diverse a seconda che si debba affrontare il colera, la malaria o curare i feriti in un ospedale di guerra. È soprattutto necessario superare l’immagine dell’operatore occidentale come protagonista dell’intervento.
La scelta e il dolore
Curare significa anche scegliere, e talvolta scegliere significa rinunciare. Parrella ha raccontato un progetto in Repubblica Democratica del Congo durante un’emergenza di malaria, con un numero altissimo di bambini malati e strutture che avevano dovuto ampliare gli spazi per accogliere i pazienti. Quando scoppiò un’altra emergenza, l’organizzazione dovette concentrare altrove uomini e risorse. Chiudere quel progetto significava lasciare un luogo nel quale continuavano ad arrivare persone bisognose di cure. Una decisione razionalmente comprensibile, ma umanamente dolorosa. Parrella ha sottolineato che il dolore è una condizione profondamente umana e riconoscere la propria fragilità è necessario anche per chi lavora ogni giorno accanto alla sofferenza. «Rifiutare quella parte di sé può portare a diventare progressivamente insensibili», ha spiegato. Da qui anche il rifiuto della retorica dell’eroe umanitario. Il romanzo di Parrella, ha detto, mira a liberare la figura dell’operatore umanitario da quell’«aura di eroismo» che non corrisponde alla realtà.
Il libro intreccia esperienza personale e lavoro sul campo attraverso Amaranta, la protagonista che parte per la Repubblica Democratica del Congo dopo una perdita che ha segnato la sua vita. Il «sentiero che scompare» diventa la metafora della ricerca di una direzione quando una traiettoria apparentemente certa si interrompe. Nel confronto con Notari, questo percorso torna continuamente alla domanda che attraversa il romanzo: serve curare, se non possiamo curare tutti? Serve costruire qualcosa sapendo che un giorno potremmo essere costretti a chiuderlo?



