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martedì 29 Settembre 2026

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Salute

Fibrillazione atriale: sintomi, cure e quando richiedere intervento

La fibrillazione atriale, una condizione cardiaca comune, richiede attenzione e cure specifiche. Sintomi, terapie e quando ricorrere a interventi chirurgici.

La fibrillazione atriale è una condizione cardiaca che può influenzare la vita quotidiana e richiede un approccio specifico per il trattamento. Si tratta di un disturbo in cui gli atri, le camere superiori del cuore, vengono attivati in modo caotico e rapidissimo, con centinaia di impulsi al minuto, causando una contrazione disordinata. Questo fenomeno, che interessa il 2-4% degli adulti, può essere silenzioso e scoperto per caso durante un controllo medico o grazie a dispositivi come gli smartwatch. La condizione è associata a un aumento del rischio di ictus e può richiedere interventi specifici, come l’ablazione o la chirurgia, in alcuni casi.

Le cause e i fattori di rischio

La fibrillazione atriale può essere causata da diversi fattori, tra cui l’età avanzata, la pressione alta, il diabete, l’obesità, le apnee notturne e le malattie valvolari. Inoltre, il fumo, la sedentarietà e l’eccessivo consumo di alcol possono contribuire al suo sviluppo. Importante è sapere che molti di questi fattori possono essere corretti con un approccio globale: ridurre il peso, limitare l’alcol, trattare le apnee notturne e fare attività fisica regolare. Secondo le linee guida europee del 2024, il controllo di questi fattori è un pilastro della cura, non un consiglio accessorio.

La gestione dei fattori di rischio è cruciale per ridurre la progressione della condizione. La pressione sanguigna, il peso corporeo e l’attività fisica giocano un ruolo fondamentale nel controllo della fibrillazione atriale. Inoltre, il trattamento delle apnee notturne e l’evitare l’eccesso di alcol possono contribuire significativamente a migliorare la qualità della vita del paziente.

Trattamenti e quando ricorrere a interventi

La cura della fibrillazione atriale ha tre obiettivi principali: controllare la frequenza del cuore, ripristinare e mantenere un ritmo regolare e prevenire l’ictus. Per il primo obiettivo si usano i beta-bloccanti, mentre per il secondo si scelgono farmaci antiaritmici in base alla condizione del paziente. Per la prevenzione dell’ictus, si preferiscono gli anticoagulanti diretti, salvo in casi specifici in cui si usano gli antagonisti della vitamina K.

La terapia anticoagulante viene mantenuta per almeno due mesi anche dopo una procedura riuscita. La decisione di sospendere o modificare la terapia dipende dal rischio individuale di ictus, non dal ritmo cardiaco. In alcuni casi, si ricorre a interventi chirurgici, come l’ablazione toracoscopica mini-invasiva o un approccio ibrido, in cui chirurgo e elettrofisiologo collaborano. Questi interventi sono considerati quando la fibrillazione è persistente, l’atrio è molto dilatato o l’ablazione transcatetere ha fallito. La scelta richiede un confronto tra esperti, il cosiddetto Heart Team, per decidere la migliore strategia. L’obiettivo è ridurre gli episodi e migliorare la qualità della vita, ma non si può promettere una guarigione definitiva, poiché le recidive sono possibili, soprattutto nelle forme persistenti.

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