Marco Crepaldi, presidente dell’associazione Hikikomori Italia, ha sottolineato come i genitori di ragazzi in ritiro sociale si sentano spesso abbandonati e senza strumenti per aiutare i loro figli. «Sento genitori pronti a fare carte false per avere un figlio che va male a scuola, ma che esce ogni tanto. Le loro storie sono tutte diverse», ha detto Crepaldi, durante l’intervento al Culturelink Festival a Milano. Il fenomeno, noto come hikikomori, riguarda ragazzi che si ritirano dal mondo sociale, spesso per anni, e non riescono a integrarsi nella vita quotidiana.
Un fenomeno in crescita, ma poco conosciuto
Secondo Crepaldi, il ritiro sociale è una condizione che può evolvere in una cronicizzazione, con conseguenze gravi per la salute mentale dei ragazzi. «Più una persona sta in ritiro, più fa fatica a uscirne e questo è il dramma dei genitori che hanno i figli che hanno più di 20 anni o addirittura anche più di 30 anni, che sono in ritiro da più di 10 anni», ha spiegato. L’associazione ha stimato che in Italia ci siano almeno 200.000 casi, con circa 50.000 in una fascia 1, ovvero studenti completamente isolati per tutto il resto del tempo a parte la scuola.
La scuola non è sempre in grado di intervenire
«La scuola può fare tantissimo con una maggiore flessibilità nei confronti di quei ragazzi che hanno questa difficoltà», ha sottolineato Crepaldi. Tuttavia, spesso i genitori non sanno che esiste un piano didattico personalizzato, una risorsa che potrebbe essere l’inizio della fine per molti ragazzi. «Molto spesso è lì l’inizio della fine, quindi la scuola deve creare degli spazi protetti, la DAD, che durante il Covid è stata ovviamente una sciagura, in questi casi potrebbe essere, se applicato in modo selettivo, utile», ha aggiunto.
La scuola, però, non sempre è in grado di riconoscere i segnali di allarme. «I campanelli d’allarme dal punto di vista comportamentale non sono facilissimi da comprendere perché si possono confondere con dinamiche classiche dell’adolescenza», ha spiegato Crepaldi. Tra i segni più evidenti c’è l’abbandono delle attività extrascolastiche, l’inversione del ritmo sonno-veglia e la tendenza a stare svegli la notte. «Il problema non è il pc in sé. La situazione è molto più complessa rispetto a una dipendenza da internet», ha sottolineato.
«Le maniere forti aumentano molto il rischio di autolesionismo dei ragazzi o di aggressione da parte loro», ha avvertito Crepaldi. Per questo motivo, l’associazione ha creato gruppi di auto-mutuo aiuto per i genitori, che spesso si sentono soli e senza supporto. «Noi abbiamo circa 80 in tutta Italia e in tutte le regioni abbiamo dei genitori attivisti», ha detto. La scuola, però, non è sempre in grado di offrire un sostegno adeguato, e i genitori sono spesso lasciati a loro stessi. «La loro paura è di deludere i genitori, di vedere la delusione e il senso di fallimento negli occhi dei genitori», ha spiegato Crepaldi. «Il genitore deve cambiare prospettiva, deve accoglierli, deve empatizzare con il loro dolore, con la loro sofferenza e non deve minacciarli o usare azioni coercitive», ha concluso. L’associazione continua a lavorare per sensibilizzare la società e a trovare soluzioni concrete per aiutare i ragazzi in ritiro sociale.



