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sabato 3 Ottobre 2026

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Voto ai sedicenni: un passo per riequilibrare una democrazia invecchiata

L’Italia valuta il voto ai sedicenni per riequilibrare la democrazia invecchiata, con esempi internazionali.

La democrazia italiana si trova di fronte a un dilemma crescente: un sistema elettorale che si allarga sempre di più a chi ha più anni, mentre i giovani, che potrebbero rappresentare il futuro del Paese, vengono progressivamente esclusi. L’idea di estendere il voto ai sedicenni, un tema dibattuto da tempo, sta tornando al centro del dibattito politico, con l’obiettivo di riequilibrare una democrazia che invecchia. In Germania, Berlino ha appena fatto votare i sedicenni, un passo che ha ridisegnato la mappa politica della capitale tedesca. In Austria, il voto ai 16-17enni è una pratica consolidata, mentre Londra si prepara a farlo entro il 2029. In Italia, invece, la proposta resta ferma in commissione, nonostante il dibattito sia acceso.

demografia e democrazia: un paradosso crescente

La demografia italiana ha reso evidente un paradosso: chi ha meno anni davanti pesa di più nelle scelte, mentre chi ne vivrà le conseguenze per decenni conta sempre meno. L’indice di vecchiaia, secondo i dati Istat 2025, è salito a quasi 208 anziani ogni 100 giovani sotto i 15 anni. Questo dato ha reso chiaro come la democrazia italiana si stia allontanando dai giovani, che rappresentano una parte sempre più piccola della popolazione. L’effetto si vede già nelle urne, con un’età media degli elettori che aumenta, mentre i giovani, che potrebbero essere i futuri protagonisti del Paese, vengono esclusi dal processo democratico.

La proposta di estendere il voto ai sedicenni non è nuova, ma è rimasta bloccata in commissione. A ottobre 2024, il M5S ha depositato una proposta di legge costituzionale, grazie a Vittoria Baldino e Chiara Appendino, ma non è mai arrivata a un esito concreto. Il dibattito è acceso, con partiti come il Pd, i Radicali e AVS favorevoli, mentre Fratelli d’Italia e Forza Italia mostrano posizioni contrastanti. L’articolo 48 della Costituzione lega il voto alla maggiore età, ma l’ultimo intervento risale al 2021, quando il Senato è stato aperto ai diciottenni. La questione non è solo legale, ma anche sociale: a 16 anni si è davvero maturi per scegliere? E i più giovani non rischiano di premiare gli estremi?

La democrazia invecchia, ma i giovani non sono un blocco omogeneo.

esperienze internazionali e dati di supporto

L’esperienza europea ridimensiona entrambi i timori. Gli studi più citati, a partire dal caso austriaco, indicano che l’affluenza dei 16-17enni non è più bassa di quella dei neo-diciottenni, e in alcuni casi risulta più stabile. Votare per la prima volta mentre si vive ancora in famiglia e si va a scuola sembra aiutare a costruire l’abitudine al voto, invece di rimandarla all’età in cui molti si spostano per studio o lavoro. Il Consiglio d’Europa ha suggerito di partire almeno dalle elezioni locali e regionali, un approccio che potrebbe essere adottato anche in Italia.

La proposta di estendere il voto ai sedicenni non è solo un atto di inclusione, ma un investimento sul futuro del Paese. Secondo le proiezioni Istat, nel 2027 i 16-17enni residenti in Italia saranno poco più di 1,1 milioni. Pochi per ribaltare un’elezione, abbastanza per costringere i partiti a parlare di casa, scuola, università, reddito, diritti e lavoro. Dare voce ai nativi digitali significherebbe portare l’innovazione al centro dell’agenda e costruire un’Italia più a misura di giovani, con effetti indiretti anche sulla natalità. In un Paese che invecchia, è un investimento sul futuro di tutti.

Un passo verso il futuro potrebbe riequilibrare la democrazia italiana.

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