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sabato 3 Ottobre 2026

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La Germania valuta l’ingresso nel Gcap, ma il caccia non è per tutti

La Germania esplora l’ingresso nel programma Gcap, ma il caccia non può essere per tutti. Il progetto europeo di sesta generazione.

La Germania sta valutando l’ingresso nel Global Combat Air Programme (Gcap), un progetto di sviluppo di un caccia di sesta generazione promosso da Italia, Regno Unito e Giappone. Tuttavia, il programma non è destinato a tutti: il caccia non può essere per tutti, e la decisione richiede un equilibrio tra interessi nazionali, competenze industriali e obiettivi comuni. La Germania, rimasta senza un progetto a cui affidare il futuro della propria componente da combattimento dopo il fallimento del caccia franco-tedesco, deve scegliere tra entrare in un programma già avviato o provare a costruirne uno nuovo.

Un progetto già in movimento

Il Gcap, che mira a portare in volo il caccia entro il 2035, ha già fatto buona parte del lavoro politico e industriale necessario. I tre Paesi fondatori hanno firmato un contratto da 4,6 miliardi di sterline con Edgewing, una joint-venture che unisce Leonardo (Italia), Bae Systems (Regno Unito) e Japan Aircraft Industrial Enhancement (Giappone). La struttura industriale esiste, i requisiti sono stati definiti e l’obiettivo del 2035 è diventato una scadenza industriale, non soltanto politica.

Due problemi per la Germania

Il ministero della Difesa tedesco ha segnalato due problemi principali nell’ingresso nel Gcap. Il primo è operativo: il programma sarebbe stato costruito soprattutto intorno a uno scenario marittimo, mentre le esigenze tedesche sono legate in larga parte alla difesa dello spazio continentale europeo. Il secondo è industriale: entrando in corsa, la Germania rischierebbe di non ottenere un ruolo proporzionato alle proprie ambizioni. Inoltre, il documento tedesco richiama l’«esperienza negativa» maturata con l’azienda britannica durante lo sviluppo dell’Eurofighter e teme che possa avere nel Gcap un peso incompatibile con una cooperazione «su un piano di parità».

Non è una decisione che appartiene a una sola capitale: Roma, Londra e Tokyo devono decidere insieme quanto e come aprire il programma. Il Gcap, naturalmente, è la scorciatoia più evidente, ma non necessariamente quella più semplice. Il rischio, per il Gcap, è quello di diventare vittima del proprio successo. Più Paesi significano più denaro, più competenze, più potenziali clienti e una base industriale più ampia. Ma ogni nuovo partecipante porta con sé requisiti nazionali, richieste di workshare, interessi industriali e una diversa idea di quale debba essere il caccia del futuro.

Un equilibrio da trovare

Il principio con cui Italia, Regno Unito e Giappone hanno costruito il programma è proprio quello di una collaborazione paritaria. Allargare il gruppo significa quindi trovare un nuovo equilibrio senza distruggere quello esistente. La Germania, però, sta valutando un’alternativa: una cooperazione con Spagna e Svezia, che potrebbe essere, almeno sulla carta, più favorevole agli interessi tedeschi. I tre Paesi partirebbero da requisiti militari più vicini e Berlino avrebbe maggiore possibilità di incidere sulla definizione del progetto.

Il Gcap ha il vantaggio di essere già partito. Il suo limite, paradossalmente, è lo stesso: più il programma procede, più diventa difficile fare spazio a chi arriva dopo senza chiedergli di accettare regole già scritte. La Germania deve decidere se entrare in quella stanza. Italia, Regno Unito e Giappone devono decidere quanto allargare la porta. E intanto, fuori, gli altri aspettano di capire se il Gcap sarà il grande programma occidentale della sesta generazione o resterà il progetto di tre Paesi che hanno scelto di muoversi per primi.

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