Il Sudan vive un momento di profonda instabilità, con una grave crisi idrica e accuse di uso di armi chimiche che alimentano tensioni interne e internazionali. La situazione, aggravata da fattori climatici, politici e militari, ha reso la vita quotidiana insostenibile per milioni di persone, in particolare nelle aree di sfollamento a Tawila, nel Nord Darfur. Secondo le ultime stime, i prezzi dell’acqua potabile e per uso domestico sono aumentati di oltre il 150%, costringendo molte famiglie a ricorrere a fonti non trattate, con conseguenze gravi sulla salute pubblica.
La crisi idrica e le malattie
Nelle aree di sfollamento, migliaia di persone affrontano una carenza d’acqua che ha favorito la diffusione di malattie come febbre dengue, malaria, morbillo e difterite. I tassi di morbilità e mortalità variano significativamente tra gli stati colpiti, con numerose vittime registrate a causa dell’assunzione di acqua contaminata. Maryam Yahya, una donna sfollata nel villaggio di Shakshaku, ha raccontato che sua figlia è rimasta in fila per il quarto giorno consecutivo senza riuscire a riempire nemmeno una tanica, costringendola a chiedere aiuto ai vicini per l’acqua necessaria per cucinare. La situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che i figli non fanno il bagno da oltre sette giorni, peggiorando le condizioni igienico-sanitarie della famiglia.
Le accuse di armi chimiche e il conflitto
Le accuse di uso di armi chimiche si intensificano, con il Sudan accusato dagli Stati Uniti di aver condotto attacchi con gas cloro contro le posizioni delle Forze di Supporto Rapido (RSF) a nord di Khartum. L’uso di sostanze chimiche ha diviso la fazione di Port Sudan, con il Direttore dell’Intelligence e della Sicurezza, il Tenente Generale Ahmed Mufaddal, accusato di aver fatto trapelare documenti e materiali multimediali relativi all’uso di armi chimiche da parte dell’esercito. I documenti, inclusi messaggi vocali del comandante dell’esercito, il Tenente Generale Abdel Fattah al-Burhan, e comunicazioni con il Generale di Brigata Tariq Hussein Mohamed Madani, sono stati consegnati ad agenzie di intelligence regionali e internazionali, alimentando ulteriormente le tensioni interne.
Secondo la fonte, Mufaddal sta assumendo un ruolo simile a quello del suo predecessore, Salah Gosh, cercando di “sommergere” il comandante dell’esercito con dossier relativi a violazioni dei diritti umani e crimini di guerra. I materiali trapelati includerebbero scambi di messaggi tra al-Burhan e un ufficiale dell’esercito risalenti al dicembre 2024, tre mesi dopo gli attacchi con gas cloro. I documenti rivelano che centinaia di bombe al cloro sarebbero state assemblate e immagazzinate nella base aerea di Merowe, con 106 ordigni impiegati sul campo. Le ripercussioni interne sono state ulteriormente aggravate da un messaggio inviato a un ufficiale coinvolto negli attacchi aerei, accompagnato da un video che mostra una vittima carbonizzata.
La crisi idrica e le accuse di armi chimiche rappresentano un doppio fronte di sofferenza per i sudanesi, con un contesto di conflitto che non mostra segni di attenuazione. Mentre il Sudan è uno Stato parte della Convenzione sulle Armi Chimiche dal 1999, gli Stati Uniti hanno rifiutato di accettare l’indagine nazionale come sostituto di un’indagine internazionale indipendente. La situazione rimane drammatica, con migliaia di persone costrette a bere acqua contaminata e con un rischio crescente di epidemie e malattie infettive. La comunità internazionale e le autorità locali sono chiamate a intervenire per mitigare l’impatto di questa crisi senza precedenti.
La crisi idrica ha reso la vita quotidiana insostenibile per milioni di persone.
Le accuse di uso di armi chimiche alimentano tensioni interne e internazionali.



