Un nuovo studio, ancora non pubblicato, ha suggerito che alcuni farmaci antiobesità potrebbero ridurre non solo il rischio di malattie cardiovascolari, ma anche il rischio di infezioni gravi e la mortalità per tutte le cause. L’osservazione è emersa durante un congresso dedicato ai 50 anni della Fondazione Menarini, dove è stato analizzato l’impatto di queste molecole su pazienti con diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari. I dati, raccolti su un gruppo di pazienti, hanno indicato una riduzione del 60% della mortalità e una diminuzione dei ricoveri per infezioni contratte fuori dall’ospedale. Tuttavia, si tratta di informazioni che richiedono ulteriori approfondimenti, come ha sottolineato Stefano Del Prato, presidente della Fondazione Menarini.
Effetti potenzialmente più ampi dei farmaci antiobesità
Le molecole utilizzate per combattere l’obesità e le malattie metaboliche potrebbero avere effetti più ampi di quelli già conosciuti. Del Prato ha spiegato che «nuovi recentissimi dati suggeriscono che il loro raggio d’azione potrebbe andare più lontano, non solo proteggere cuore e vasi ma anche dalle infezioni gravi». Questo risultato, se confermato, potrebbe aprire nuove prospettive nella ricerca farmacologica, ma richiede ulteriori studi per chiarire i meccanismi biologici alla base di questa ipotetica protezione. Al momento, non esiste un’evidenza sufficiente per sostenere un uso terapeutico in questo ambito.
La ricerca sta inoltre valutando un possibile utilizzo di queste molecole anche in altre patologie, come Alzheimer e Parkinson, partendo da dati preclinici che avevano ipotizzato un effetto protettivo. Tuttavia, gli studi finora disponibili non hanno fornito indicazioni particolarmente significative. Al momento, quindi, non esiste un’evidenza sufficiente per sostenere un uso terapeutico in questi ambiti.
La cautela è d’obbligo: farmacovigilanza e effetti collaterali
Nonostante i dati promettenti, Del Prato ha invitato alla prudenza, sottolineando che «serve tuttavia prudenza perché la riduzione di ricovero e mortalità fa ipotizzare meccanismi biologici che andranno chiariti con ulteriori studi». Per quanto riguarda la sicurezza, non sono emersi particolari problemi legati all’utilizzo dei nuovi farmaci, se non gli effetti collaterali già noti per questa classe di medicinali, come nausea e, più raramente, vomito. Tuttavia, la farmacovigilanza continua a essere necessaria, soprattutto nel lungo periodo, per monitorare eventuali effetti collaterali non previsti. Al momento, quindi, non esiste un’evidenza sufficiente per sostenere questo tipo di impiego. Inoltre, sono state riportate segnalazioni analoghe anche per semaglutide, un altro farmaco utilizzato per il trattamento dell’obesità e del diabete. «Sono state riportate segnalazioni analoghe anche per semaglutide», ha aggiunto Del Prato.
Il congresso dedicato ai 50 anni della Fondazione Menarini ha anche ripercorso le principali trasformazioni della medicina moderna negli ultimi cinquant’anni. Dalle malattie cardiovascolari a quelle respiratorie e metaboliche, la ricerca ha trasformato patologie un tempo difficilmente trattabili in condizioni sempre più curabili. In cinquant’anni, la Fondazione ha promosso oltre 800 congressi internazionali, coinvolgendo più di 27mila relatori e oltre 120mila partecipanti in tutto il mondo. «Questi due giorni non sono solo un omaggio al passato, ma un ponte verso i prossimi cinquant’anni di medicina», ha dichiarato Del Prato. La riduzione del 60% della mortalità e la diminuzione dei ricoveri per infezioni contratte fuori dall’ospedale rappresentano segnali promettenti, ma non sono ancora confermati. La farmacovigilanza continua a essere necessaria per monitorare eventuali effetti collaterali nel lungo periodo.



