A tre anni dal dramma del 7 ottobre, la comunità del kibbutz Nirim, colpita duramente da un attacco terroristico, mostra segni di rinascita. Sei membri sono stati uccisi mentre cercavano di affrontare i terroristi, e altri due sono stati assassinati fuori dai confini del kibbutz. Nonostante il trauma, la comunità sta tornando alla vita, con nuove famiglie che si stabiliscono e progetti di ricostruzione in atto. La vita quotidiana si riprende, anche se il ricordo del dolore rimane vivo.
Rinascita e resilienza
Il kibbutz Nirim, situato a due chilometri dalla frontiera con Gaza, ha visto la sua popolazione aumentare grazie a un vero e proprio baby boom. La comunità, che conta 580 persone, ha visto tornare la quasi totalità degli abitanti e l’ingresso di cinque nuove famiglie. «Questo è il sionismo nel 2026», afferma Adele Raemer, una residente che ha trasferito la sua vita nel kibbutz negli anni ’70. La comunità ha anche iniziato a ricostruire le case danneggiate e a ripristinare le infrastrutture, grazie a donazioni esterne e a un forte impegno locale.
Nonostante i lavori siano ancora in corso, il kibbutz sta comunque tornando alla vita: tornano i suoi abitanti, così come il progetto di Mechinà per i giovani, e anche qui alcune famiglie nuove stanno facendo il loro ingresso. «Abbiamo deciso di passare un anno in Italia, Paese che amiamo molto, per riunire la famiglia in un ambiente in cui potevamo elaborare tutto quello che avevamo vissuto», spiega Daniel Lanternari, un residente che ha trascorso trent’anni nel kibbutz. Ora, dopo un periodo di riflessione, la comunità torna a casa e alla vita quotidiana.
Un’architetta italiana a capo della ricostruzione
A Holit, un’altra comunità colpita, la ricostruzione è guidata da un’architetto italiana, Giulia Temin. «Abbiamo approfittato del fatto che il kibbutz fosse vuoto per ricostruire o ristrutturare molte cose che altrimenti sarebbe stato difficile fare», spiega Giulia. Le case sono state ridipinte, i segni degli spari sono stati rimossi e gli edifici danneggiati sono stati demoliti. La comunità, però, sa bene che ricostruire non significa superare lo shock.
La vita si riprende, anche se il trauma rimane vivo. La comunità cerca anche modi diversi per affrontare il trauma. A Holit, un gruppo di abitanti ha messo in scena uno spettacolo teatrale ispirato alla loro esperienza di evacuati. «Abbiamo voluto fare satira su quella che è stata l’esperienza di vivere negli hotel mentre eravamo evacuati», spiega Adele Raemer. L’obiettivo è non ignorare la tragedia, ma trovare un modo per ridere e ricominciare. La cultura e l’arte diventano strumenti di guarigione. La rinascita del kibbutz Nirim e di altre comunità colpite dal 7 ottobre rappresenta un segno di resilienza e speranza. Nonostante il trauma, la vita si riprende, e la comunità si prepara a un futuro nuovo, con nuove famiglie, nuovi progetti e una forte volontà di andare avanti. La vita, come dice un vecchio detto, è più importante di tutto.



