Zeynab Jalalian, attivista iraniana per i diritti delle donne, è da anni rinchiusa in carcere, dove ha subìto torture e condanne senza garanzie legali. Il suo caso è parte di una situazione drammatica che coinvolge centinaia di detenuti, tra cui donne e prigionieri politici, accusati di reati non sempre verificati. La sua storia è intrecciata con quella di Nasrin Parvaz, un’altra attivista arrestata negli anni Novanta e torturata in carcere, che ha seguito le sue orme e vive oggi come rifugiata nel Regno Unito. Jalalian, arrestata nel 2008 durante una visita a un liceo femminile, è stata condannata a morte per “ostilità verso Dio”, ma la sentenza è stata successivamente commutata in ergastolo. Dopo diciotto anni in carcere, non ha mai visto i suoi familiari e la sua salute si è gravemente deteriorata, con problemi respiratori, renali e digestivi, e rischio di perdere la vista.
Condanne a morte e aumento delle esecuzioni
Secondo Amnesty International, nel 2025 l’Iran ha eseguito 2.150 condanne a morte, il doppio rispetto all’anno precedente. In un comunicato del 29 settembre, ripreso da IranWire, alcuni organizzatori hanno denunciato l’esecuzione di almeno 79 detenuti, tra cui sei donne, solo nel mese di agosto. Tra di loro, Mahboubeh Shabani, 33 anni, arrestata a febbraio a Mashhad durante le repressioni delle manifestazioni, è stata condannata a morte per lo stesso reato di Jalalian. Attualmente Shabani è in attesa dell’esecuzione nel carcere di Vakilabad. La situazione è simile a quella di Taraneh Rahimi, che ha ricevuto la stessa sentenza e si trova in carcere con la sorella Romina, condannata a 25 anni di reclusione. Le due sorelle sono state arrestate otto mesi fa con l’accusa di aver partecipato alle proteste e hanno subìto terribili abusi in carcere.
La repressione del dissenso si fa sempre più violenta e incontrollata. Le detenute, spesso accusate di reati non verificati, vengono sottoposte a torture e condanne senza processi giusti. La campagna “No to executions tuesdays” (martedì contro le esecuzioni), lanciata il 30 gennaio 2024 nel carcere di Ghezel Hesar, ha coinvolto 66 penitenziari in tutto il paese. Il movimento è nato come protesta dei detenuti nel braccio della morte contro l’aumento delle esecuzioni e delle condanne a morte senza un giusto processo e un’adeguata assistenza legale. Prevede uno sciopero della fame collettivo ogni martedì, il giorno in cui i detenuti sono trasferiti in isolamento prima dell’esecuzione.
La solidarietà internazionale e la lotta per la liberazione
Nasrin Parvaz, in un articolo pubblicato su The New Arab, invoca la solidarietà internazionale per non dimenticare la storia di Jalalian. La sua storia, insieme a quella di altre attiviste, rappresenta un caso emblematico di violazione dei diritti umani e di repressione del dissenso. La solidarietà internazionale, come ha sottolineato Parvaz, potrebbe contribuire a mettere sotto pressione il regime e a ottenere la liberazione di prigionieri come Jalalian. La sua storia, insieme a quella di altre detenute, è un monito per l’opinione pubblica globale su una situazione che non si risolve con la semplice condanna, ma richiede azioni concrete e immediate.
La lotta per la giustizia e la libertà non è mai stata così necessaria. Le detenute iraniane, come Jalalian, rappresentano un simbolo di resistenza e di speranza. La loro storia, pur drammatica, è un appello a una maggiore attenzione internazionale e a un impegno concreto per la difesa dei diritti umani. La solidarietà, come ha detto Parvaz, è l’unica speranza per ottenere il loro rilascio e per cambiare una situazione che non può continuare così.



