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domenica 11 Ottobre 2026

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La Chiesa e i tribunali islamici: un confronto tra misericordia e difesa

La Chiesa e i tribunali islamici: un confronto tra misericordia e difesa

Mentre i prelati si concentrano sui flussi migratori, i musulmani si dotano di tribunali basati sulla sharia, un fenomeno che suscita preoccupazioni e dibattiti. La Chiesa denuncia un atteggiamento di masochismo travestito da virtù, mentre la comunità islamica si apre a nuove istituzioni giudiziarie. La questione si pone in un momento in cui la solidarietà e la difesa delle radici cristiane vengono messe a confronto con la legge e la sicurezza. La Chiesa, attraverso un documento, chiede di «disarmare» il linguaggio usato nei confronti degli stranieri, ma non di disarmare chi ci odia.

La legittima difesa e la carità

Il Catechismo, al numero 2265, afferma che la legittima difesa può essere un grave dovere per chi è responsabile della vita di altri. Questo concetto è stato ribadito anche da Tommaso d’Aquino, che giustifica la legittima difesa come un dovere morale. La carità ha un ordine, e al primo posto ci sono quelli che ci sono stati affidati. Il documento delle delegazioni Caritas e Migrantes del Triveneto sottolinea che la solidarietà non deve essere confusa con l’abbandono.

La difesa non è un atto di ostilità, ma un dovere di protezione.

A Padova è nata la Camera arbitrale islamica italiana, costituita il 3 marzo 2026. Questa istituzione si presenta come la via «alla Giustizia islamica in Italia», con un Tribunale sciaraitico che applica i precetti della sharia comuni alle nazioni islamiche. Il regolamento stabilisce che il diritto italiano vale soltanto per le questioni non regolate dalla sharia. Il fondatore, un avvocato padovano, assicura che le norme incompatibili con il nostro ordinamento non verranno applicate.

La sharia e il rischio di conflitto

Nessuna parola sulla sharia, che a pochi chilometri ha appena aperto uno sportello e che in diversi paesi islamici prevede ancora la lapidazione. Il cristianesimo non ha mai insegnato ad amare il dolore. Gesù, schiaffeggiato da una guardia davanti al sommo sacerdote, non porge l’altra guancia. Risponde: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Non si vendica, ma non tace: chiede ragione dell’ingiustizia.

La misericordia vera è una virtù dei forti, non del debole.

Il masochismo è stato travestito da virtù cristiana. Non è una virtù portata all’eccesso: è una virtù rovesciata, cioè un vizio, un peccato, una dipendenza. Il cristianesimo non ha mai insegnato ad amare il dolore. Cristo nell’orto degli ulivi suda sangue e chiede al Padre di allontanare da lui quel calice. Non corre verso la croce con il sorriso di chi gode del supplizio: la accetta, perché attraverso di essa passa la salvezza di altri. Il sacrificio ha un fine che sta fuori dal dolore; il masochismo ha il proprio fine nel dolore stesso. Chi va a cercarsi il carnefice non testimonia Cristo, testimonia solo il proprio squilibrio. Il Vangelo, la legittima difesa e il dovere di proteggere non possono essere confusi con un atteggiamento di masochismo. Il documento dei vescovi del Triveneto sull’immigrazione invita a superare paure e pregiudizi, a «disarmare» il linguaggio, a evitare che lo straniero venga trasformato in una minaccia, a costruire percorsi di integrazione.

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