Nelle Marche il consumo di suolo continua a crescere, con 65.141 ettari già trasformati, pari al 7% della superficie regionale. Secondo i dati pubblicati da Arpam relativi al 2024, il fenomeno si accompagna a un trend in linea con quello nazionale, con un ulteriore consumo di 176 ettari nell’ultimo anno. La pressione sulla fascia costiera è particolarmente elevata, con livelli di artificializzazione superiori alla media italiana. Legambiente sottolinea l’urgenza di un cambio di paradigma per mitigare i rischi legati al consumo di suolo e al cambiamento climatico.
Un fenomeno in crescita e le sue conseguenze
Il consumo di suolo nelle Marche ha raggiunto un livello preoccupante, con un’area di 65.141 ettari già cementificata o trasformata. Questo fenomeno, che si verifica in tutta la regione, ha conseguenze significative sull’ambiente e sulla sicurezza. La presenza di edifici, infrastrutture e attività antropiche, soprattutto lungo la costa, ha reso il suolo sempre più impermeabile, aumentando il rischio idraulico e creando isole di calore in estate. Inoltre, la perdita di biodiversità e la riduzione delle aree verdi sono ulteriori impatti negativi. Il consumo di suolo è particolarmente intenso in aree come San Benedetto del Tronto, Porto San Giorgio e Gabicce Mare, dove il rapporto tra superficie consumata e superficie complessiva del comune è elevato. Inoltre, il 100% degli edifici e fabbricati nelle Marche si trova in aree classificate a pericolosità sismica, contro il 36,30% a livello nazionale. Questo dato mette in evidenza la fragilità del territorio e la necessità di interventi mirati per migliorare la sicurezza.
Le Marche al secondo posto per consumo di suolo costiero
Nelle Marche, il 45,64% del territorio nei primi 300 metri dalla linea di costa risulta consumato, un dato che le colloca al secondo posto tra le regioni italiane bagnate dal mare, dopo la Liguria. Questo livello di artificializzazione supera nettamente la media nazionale, che si attesta al 22,87%. La pressione rimane elevata anche allontanandosi dalla costa, con il 30,84% del suolo consumato tra 300 e 1.000 metri, contro il 19,13% a livello nazionale. Le Marche sono la terza regione italiana, dopo Emilia-Romagna e Abruzzo, per questa percentuale.
Il consumo di suolo è particolarmente intenso in aree come San Benedetto del Tronto, Porto San Giorgio e Gabicce Mare, dove il rapporto tra superficie consumata e superficie complessiva del comune è elevato. Inoltre, il 100% degli edifici e fabbricati nelle Marche si trova in aree classificate a pericolosità sismica, contro il 36,30% a livello nazionale. Questo dato mette in evidenza la fragilità del territorio e la necessità di interventi mirati per migliorare la sicurezza.
Legambiente sottolinea l’importanza di un cambio di paradigma per ridurre i rischi legati al consumo di suolo.
Secondo Legambiente Marche, il consumo di suolo ha conseguenze ambientali e sociali gravi, soprattutto in relazione al cambiamento climatico. «Le nostre principali preoccupazioni derivano dagli effetti di fenomeni naturali accentuati dal cambiamento climatico», spiega Marco Ciarulli, presidente dell’associazione. «Le piogge sono più intense, e quando piove, cade molta più acqua in un periodo di tempo molto ristretto. Questo fenomeno è ulteriormente accentuato nei luoghi dove abbiamo cementificato e consumato molto suolo, rendendolo impermeabile. Gli effetti delle precipitazioni intense diventano quindi più pesanti, soprattutto nelle aree con forte consumo di suolo. Lo stesso vale per le ondate di calore, che si intensificano in zone con bassa vegetazione e alta urbanizzazione».
Modificare il modo di concepire le città potrebbe migliorare la salute, la sicurezza e l’economia.
Legambiente chiede un cambio di paradigma per il modo in cui si concepiscono e pianificano le città. «Dobbiamo ragionare in maniera differente rispetto a come abbiamo fatto finora», afferma Ciarulli. «Modificare il nostro modo di concepire una città ci permette di guadagnare in salute, sicurezza e quindi anche in economia. Salute e sicurezza si traducono direttamente in meno danni e meno malattie, con una ricaduta economica positiva. Invertire la rotta significa un cambio di paradigma, che non è un’idea folle né necessariamente ambientalista, ma una riflessione necessaria per migliorare le condizioni di vita e di sicurezza».



