Le proteste studentesche in Francia, accompagnate da violenze e richieste di riforme, stanno suscitando paragoni con il Sessantotto. Tuttavia, lo storico Giovanni Orsina sottolinea che il contesto attuale è profondamente diverso. «Non siamo di fronte a un nuovo Sessantotto, ma a una rivolta contro il mondo che ne è nato», afferma Orsina, che analizza le dinamiche sociali e politiche del Paese. Secondo il ricercatore, il movimento francese non si basa su una società tradizionale in crisi, ma su un mondo già individualista, globalizzato e cosmopolita. La crisi esiste, ma investe una società in cui le istituzioni e i modelli collettivi non hanno mai avuto la stessa centralità simbolica che hanno in Francia.
La scuola, simbolo di un modello in crisi
Le proteste, che hanno preso avvio da rivendicazioni concrete come il riscaldamento nelle scuole, si sono evolute in una mobilitazione più generale. Orsina spiega che la scuola in Francia ha sempre rappresentato un luogo di formazione e di perequazione sociale, ma oggi è in profonda crisi. «La scuola ha rappresentato una sorta di parrocchia laica, un luogo in cui si formavano le giovani generazioni ai valori repubblicani», ricorda. «Oggi quel modello è profondamente in crisi. L’ascensore sociale non funziona più come un tempo e la scuola fatica a garantire la combinazione di cittadinanza repubblicana, uguaglianza e merito. È in crisi il suo stesso significato sociale.»
Orsina sottolinea che la composizione sociale delle proteste è complessa. «È difficile stabilire con precisione quanto pesi quella componente legata alle famiglie immigrate e quanto il movimento esprima un disagio generazionale più ampio», afferma. «Parliamo di cittadini francesi, di famiglie immigrate ma anche no, che possono toccare con mano le difficoltà di una scuola incapace di mantenere le promesse di integrazione e mobilità sociale.» La crisi non riguarda solo l’istruzione, ma anche la finanza pubblica e l’investimento nei beni comuni. La scuola, simbolo di un modello in crisi, non è più in grado di garantire uguaglianza e crescita personale.
Un movimento che non si limita alle generazioni immigrate
Le proteste francesi, pur in evoluzione, stanno suscitando reazioni politiche. Una parte della sinistra, in particolare il movimento La France insoumise, cerca di intercettare il movimento, visto come un richiamo a valori progressisti come l’uguaglianza e la difesa dei beni pubblici. Tuttavia, anche gli avversari ne sfrutteranno l’energia, interpretandola come una dimostrazione dell’incapacità di mantenere l’ordine. «Da una parte c’è chi legge le proteste come una mobilitazione della società e chiede di affrontarne le cause; dall’altra chi le interpreta come una dimostrazione dell’incapacità di mantenere l’ordine e invoca una risposta più repressiva», spiega Orsina. Entrambe le reazioni potrebbero incidere sulle prossime elezioni.
Nonostante la tensione, Orsina ritiene che il contagio delle proteste in Italia sia possibile, ma non certo. «Il contagio è possibile, ma oggi la società italiana mi sembra molto meno reattiva di quella francese, nel bene e nel male: è meno disposta a mobilitarsi e probabilmente anche meno arrabbiata», afferma. La differenza, secondo lo storico, risiede nella struttura del sistema politico. «In Francia è in crisi un grande modello storico e culturale. La Repubblica francese è una costruzione strutturata, dal significato profondo nella storia del Paese. La reazione sociale è forte proprio perché entra in crisi un modello forte», spiega. In Italia, invece, «non abbiamo mai avuto un modello altrettanto forte. È un Paese più abituato ad arrangiarsi, a convivere con le difficoltà e a fare i conti con le crisi.»
La flessibilità del sistema politico italiano, a suo avviso, ha contribuito a contenere la protesta sociale. «La flessibilità del sistema politico italiano ha prodotto il grillismo, il renzismo e il salvinismo, offrendo di volta in volta una valvola di sfogo al malcontento», conclude Orsina. La flessibilità ha permesso a nuovi soggetti di esprimersi politicamente, evitando mobilitazioni sociali prolungate. In Francia, invece, il sistema politico è più rigido e centralizzato, e le proteste si susseguono senza trovare sbocchi politici sufficienti. «Quando il malcontento non trova sbocchi politici sufficienti, può esprimersi attraverso forme di protesta sociale più radicali», afferma Orsina, chiudendo con un’analisi che mette in luce le differenze profonde tra due Paesi, due contesti e due modelli sociali.



