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domenica 11 Ottobre 2026

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Venezia non può vivere solo di dichiarazioni d’amore, ma di azioni concrete

Venezia deve trovare un modello sostenibile per sopravvivere e crescere, non solo attraverso dichiarazioni d’amore.

Venezia non può più vivere solo di dichiarazioni d’amore. La città, simbolo di una cultura e di una storia uniche, si trova a un bivio: o si riconosce la necessità di un cambiamento radicale, o continuerà a perdere pezzi della sua identità. Il problema non è solo il mare, ma una serie di emergenze silenziose che minano la sua vitalità. Lo spopolamento, la fuga dei giovani, la scomparsa delle botteghe e la dipendenza economica dal turismo sono solo alcuni dei segni di una crisi che va al di là del settore turistico. La città non va salvata dal turismo, ma da un modello che la sta dilaniando giorno dopo giorno.

Una legge speciale non basta

Una legge speciale, sebbene necessaria, non può diventare un contenitore di buone intenzioni. Servono responsabilità definite, risorse certe, tempi vincolanti e obiettivi misurabili. Il sindaco Simone Venturini ha già tracciato la strada, anticipando un progetto organico che vede il coinvolgimento delle grandi capitali mondiali. Bene. L’auspicio è che questa apertura, che ha già dimostrato di raccogliere forti consensi, ora si traduca in un programma pubblico, verificabile, capace di superare la stagione delle dichiarazioni.

La vera questione non è soltanto quanti soldi trovare, ma quale Venezia costruire.

La risposta deve essere ambiziosa: una capitale mondiale del bello, della cultura, delle arti, della scienza e dell’innovazione. Non uno slogan, ma una strategia economica. Il vetro di Murano, la ceramica, il restauro, il design, la nautica, le tecnologie ambientali, la ricerca sul clima e l’intelligenza artificiale possono diventare i pilastri di una nuova economia urbana. Immaginiamo scienziati che lavorano accanto ai maestri vetrai, giovani imprenditori che aprono laboratori, università che collaborano con le botteghe storiche, imprese che trasformano la conoscenza in lavoro qualificato.

La bellezza non deve essere soltanto contemplata e venduta: deve generare futuro. È questa la differenza fra una città-museo e una città viva. La prima conserva il passato per offrirlo al consumo; la seconda lo usa per inventare il domani. Una bottega artigiana vale assai più di una vetrina piena di paccottiglie miserevoli: trasmette competenze, produce valore, tiene accesa una comunità.

Un modello diverso per un futuro diverso

Per riuscirci bisognerebbe combattere gli egoismi grandi e piccoli: le rendite consolidate, gli interessi corporativi, le opposizioni pregiudiziali, quella straordinaria capacità italiana di trovare sempre una ragione per cui un’opera indispensabile non si possa realizzare. La tutela dell’ambiente e del patrimonio è irrinunciabile, ma non può diventare un alibi ideologico per impedire qualsiasi cambiamento.

Il miracolo del Nordest dimostra che un’altra strada è possibile.

La sua crescita è opera di imprenditori generosi, capaci di rischiare e innovare, di competenze diffuse e di amministratori del territorio che, con tutte le loro contraddizioni, hanno saputo far sentire la propria voce anche a Roma. Luca Zaia è la figura che meglio incarna questa storia. Ebbene, perché quella straordinaria capacità di iniziativa non dovrebbe essere messa al servizio di Venezia – che peraltro è il capoluogo del Veneto – trasformandola in un laboratorio internazionale di cultura, ricerca e sostenibilità? Il successo del progetto non si misurerà con il numero dei turisti, delle fotografie o delle code, ma con quello dei residenti, delle abitazioni accessibili, delle imprese produttive e dei giovani che scelgono di restare o arrivare per costruire qualcosa. Una città non è viva perché è piena, ma perché qualcuno la abita, vi lavora e se ne assume la responsabilità.

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