Il contratto dei dipendenti delle residenze sanitarie assistenziali (Rsa) è stato rinnovato con sindacati minori, escludendo le principali sigle come Cgil, Cisl e Uil. La decisione ha suscitato reazioni forti da parte dei sindacati più rappresentativi, che accusano il governo e l’associazione Anaste di “dumping contro i lavoratori”. L’accordo, firmato con Ciu Unionquadri, Confsal, Cse e Confelp, prevede aumenti salariali limitati, con un incremento di 40 euro al mese, che diventeranno 90 euro solo a gennaio 2028.
Un regalo del governo per le aziende private
Il rinnovo del contratto è avvenuto in un contesto in cui il governo ha introdotto nel decreto “Primo Maggio” una norma che esclude le aziende private e le Rsa dall’obbligo di adeguare automaticamente gli stipendi dopo nove mesi di ritardo nel rinnovo del contratto collettivo. Questo ha permesso alle imprese del settore di evitare di rispettare l’obbligo di aumentare i salari in base all’inflazione, pur mantenendo meccanismi simili all’interno dei loro accordi. L’associazione Anaste ha sottoscritto un’intesa con sindacati minori, escludendo le sigle del pubblico impiego, che da anni accusano l’associazione di fare dumping.
Le aziende private e le Rsa sono escluse dall’obbligo di adeguare automaticamente gli stipendi in base all’inflazione. Tuttavia, sono comunque tenute a introdurre meccanismi simili nei loro contratti. Questo significa che, in caso di ritardo nel rinnovo, i lavoratori dovrebbero essere protetti almeno in parte dal calo del potere d’acquisto. Tuttavia, il nuovo Ccnl non chiarisce quali meccanismi preveda per garantire questa protezione.
Le accuse dei sindacati più rappresentativi
“Sottoscrivere una pre-intesa per il rinnovo del Ccnl 2026-2028 con organizzazioni sindacali diverse da quelle comparativamente più rappresentative del settore sociosanitario, mentre era già in corso un confronto con Fp Cgil, Fp Cisl e Uil Fp, è un comportamento grave e inaccettabile”, scrivono i sindacati Cgil, Cisl e Uil. L’associazione Anaste, guidata dal presidente Sebastiano Capurso, si difende affermando che le sigle autonome sedute al tavolo siano rappresentative. Capurso spiega che la valutazione della rappresentatività non si basa su un solo dato formale, ma considera una pluralità di indici. Tra questi, la partecipazione alla contrattazione collettiva e la presenza nel settore interessato. Il presidente di Anaste sostiene che le sigle con cui ha firmato il contratto sono quelle che, nel tempo, hanno dimostrato una presenza significativa nel settore. Tuttavia, i sindacati più rappresentativi sostengono che questa scelta ha portato a un contratto che non rispetta i principi di equità e giustizia sociale.
Il governo, con il decreto “Primo Maggio”, aveva introdotto una norma per incentivare i contratti firmati da sindacati più rappresentativi, ma la realtà suggerisce che questa politica non ha avuto l’effetto sperato. L’associazione Anaste, da quasi dieci anni, ha scelto di firmare i contratti con sindacati minori, escludendo le sigle del pubblico impiego. Questo comportamento ha suscitato critiche e accuse di dumping salariale da parte dei sindacati più rappresentativi.



