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mercoledì 14 Ottobre 2026

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La Casa Bianca costretta a dimettere l’ex nuora di Trump

La Casa Bianca ha costretto a dimettersi l’ex nuora di Trump dopo accuse di conflitti d’interesse.

La Casa Bianca ha costretto a dimettersi Kimberly Guilfoyle, ex nuora di Donald Trump, dopo accuse di conflitti d’interesse e pressioni interne. La decisione, annunciata ieri, segue giorni di tensioni e dibattiti interni all’amministrazione. Guilfoyle, ambasciatrice degli Stati Uniti in Grecia, aveva rifiutato inizialmente la richiesta di dimissioni, ma ha ceduto dopo che la nuova portavoce della Casa Bianca, Katie Zacharia, ha reso pubblica la richiesta formale. Le accuse, che riguardano rapporti finanziari con un finanziatore del Partito Repubblicano, hanno scatenato un dibattito su come gestire i legami tra politica e business.

Conflitti d’interesse e pressioni finanziarie

Le conversazioni su Signal tra Guilfoyle e Eric Deters, finanziatore del Gop, sono state rivelate dal Wall Street Journal. Secondo le fonti, l’ex compagna di Donald Trump Jr. avrebbe chiesto a Deters di saldare un conto di 100mila dollari su American Express, in cambio di accesso al potere e supporto per questioni fiscali. Le accuse, se confermate, metterebbero in luce un sistema in cui i legami tra politica e finanza possono creare situazioni di conflitto d’interesse. Guilfoyle ha negato le accuse e ribadito la sua fedeltà al presidente, ma la situazione ha messo in evidenza i rischi di una politica troppo legata al denaro.

Elon Musk e il finanziamento delle midterm

Elon Musk, il più ricco uomo del mondo, ha continuato a giocare un ruolo chiave nel finanziamento delle elezioni. Dopo aver investito 290 milioni di dollari per far tornare Trump alla Casa Bianca nel 2024, nel 2025-2026 ha speso oltre 366 milioni di dollari, diventando il principale finanziatore delle midterm. Il New York Times ha segnalato che il miliardario ha speso oltre 276 milioni di dollari da luglio, rafforzando la posizione dei repubblicani. I repubblicani contano complessivamente su circa un miliardo di dollari, contro i 579 milioni a disposizione dei democratici.

Non solo i fondi, ma anche l’uso di piattaforme come X ha giocato un ruolo cruciale. Musk ha condiviso teorie del complotto in ambienti dell’estrema destra, attaccando candidati democratici come James Talarico, in Texas. Talarico, candidato al Senato, è stato accusato di aver scomparso per nove giorni non per l’influenza, ma per un ricovero in una struttura psichiatrica. Le condivisioni di Musk hanno alimentato il dibattito e la polarizzazione, anche se la clinica ha smentito le accuse.

Le incursioni nella politica americana vanno ben oltre i milioni con cui si finanzia la campagna elettorale. Il Doge, un’entità controversa nata per «prosciugare la palude di Washington» e tagliare gli sprechi, ha chiuso i battenti, ma le sue ramificazioni continuano a estendersi. L’Ufficio per l’Efficienza, che aveva promesso risparmi di 2.000 miliardi di dollari, ha deluso le aspettative, ma ha aperto prospettive di affari milionari a un manipolo di giovani che Musk ha catapultato dalla Silicon Valley nelle stanze del potere. Alcuni di loro avevano accesso a informazioni sensibili dell’amministrazione federale.

Il Washington Post ha rivelato che molti di questi ex Doge hanno sfruttato l’esperienza per fondare società, ottenere incarichi di vertice e investire in start-up attive in settori come l’intelligenza artificiale, la cybersicurezza e la difesa. Secondo il quotidiano, le imprese fondate o finanziate dagli ex Doge hanno raccolto almeno mezzo miliardo di dollari. La lotta alla corruzione sembra diventare una priorità democratica, con candidati come Jon Ossoff in Georgia e James Talarico in Texas che hanno dato spazio al tema, collegandolo al malcontento economico degli americani. Alcuni investitori temono che una vittoria democratica ai midterm possa portare a indagini sui rapporti tra gli ex Doge e il governo, per accertare possibili conflitti d’interesse e sospetti di corruzione. Se qualcuno sta giocando sporco, potrebbe avere effettivamente qualche ragione per temere. La situazione mette in luce i rischi di un sistema in cui i legami tra politica e business possono creare situazioni di conflitto d’interesse, con conseguenze potenzialmente gravi per la credibilità del sistema democratico.

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