La presenza di giornalisti italiani di religione ebraica in televisione e nella stampa, nonostante la loro non scarsa incidenza, contrasta con l’assoluta assenza di professionisti musulmani nella stessa sfera. Questo divario, purtroppo, non è mai stato oggetto di dibattito o di interventi significativi da parte di partiti, uomini politici o istituzioni. La questione, sebbene trascurata, è in realtà rilevante e sorprendente, soprattutto in un Paese che si vanta di promuovere la par condicio in diversi settori.
Minoranze e rappresentanza: un dato inquietante
Secondo i dati più recenti, i cittadini italiani di religione ebraica sono meno di 30.000, mentre i musulmani, compresi quelli non iscritti alle comunità locali, sono circa 1,2 milioni. Se si considerano anche gli immigrati che non hanno ancora la cittadinanza, il numero sale a 2,7 milioni. Questo significa che i musulmani saranno presto 90 volte più numerosi degli ebrei. La presenza di giornalisti ebrei in televisione e nella stampa, sebbene non abbondante, è un dato di fatto, mentre la mancanza di giornalisti musulmani è una realtà incontestabile.
La mancanza di rappresentanza dei musulmani nel giornalismo è un fenomeno sorprendente, soprattutto in un Paese in cui l’islam è la seconda religione più diffusa.
Nonostante l’islam sia la seconda religione più diffusa in Italia, la mancanza di rappresentanza dei musulmani nel giornalismo è un fenomeno sorprendente. L’antisemitismo, sebbene non sempre esplicito, è presente nella professione del giornalismo, ma non viene mai denunciato o criticato. Anzi, si nega che si tratti di antisemitismo, limitando il termine a comportamenti ritenuti critici verso gli ebrei o Israele. Questo atteggiamento, purtroppo, non si limita alle dichiarazioni di politici, ma si estende anche a commentatori e opinionisti.
Un antisemitismo silenzioso nel giornalismo
Un esempio recente è stato il caso di Vittorio Feltri, che durante un comizio ha affermato: “AI musulmani sparerei in bocca, non mi vergogno di considerarli razza inferiore”. Nonostante le sue dichiarazioni siano state denunciate, Feltri ha ricevuto solo una condanna minima e una sospensione di quattro mesi dall’Ordine dei giornalisti. Non è stato cacciato dal parlamento né ridotto a chiedere l’elemosina, come sarebbe accaduto se avesse usato termini simili contro ebrei o sionisti.
La mancanza di una risposta concreta a questo fenomeno alimenta ulteriore tensione e divisione.
La discriminazione non si limita al giornalismo, ma si estende a tutta la società. A Milano, una donna musulmana con il velo può essere presa a schiaffi da una signora italiana senza che nessuno intervenga. Gli episodi di razzismo sono diffusi e spesso non vengono registrati o denunciati. Anche se alcuni casi vengono segnalati, come l’insulto di un commesso a una cliente cinese o l’uso di deodorante da parte di un dipendente di Rossopomodoro, spesso non compaiono nelle cronache locali.
La mancanza di una banca dati ufficiale e sistematica per i reati d’odio contro i musulmani rende difficile la valutazione completa della situazione. Le informazioni provengono da monitoraggi indipendenti, ONG e osservatori di ricerca. Secondo l’osservatorio Vox, i tweet ostili contro le persone di fede islamica sono aumentati da oltre 22.000 nel 2016 a quasi 65.000 in rilevazioni successive. Questi dati, purtroppo, non sono mai stati oggetto di dibattito o interventi significativi. La situazione è ulteriormente aggravata dal fatto che il 67% degli italiani ha una propensione a demonizzare la comunità musulmana, secondo un sondaggio di Swg. Questo fenomeno, sebbene non sia nuovo, sta risorgendo in un contesto di crescente ostilità e diffidenza. La questione delle minoranze e della loro rappresentanza nel giornalismo rimane un tema delicato e poco trattato, pur essendo cruciale per la coesione sociale e la democrazia.



