Essere missionari oggi significa non solo portare il messaggio di Cristo, ma anche imparare a vederlo nell’altro. Sono le parole di missionari italiani che vivono in Filippine, raccolte in occasione della centesima Giornata missionaria mondiale. Tra le testimonianze, emerge un cambiamento radicale nel modo di intendere la missione: non più un’azione di conversione dell’altro, ma un cammino di conversione interiore. La Chiesa, in questo contesto, non è più un’istituzione a cui appartenersi, ma un’esperienza di unità e fratellanza.
La conversione nel vedere Cristo nell’altro
“Se noi riusciamo a vedere Cristo nell’altro, allora non sto portando Cristo all’altro ma sto andando a cercare Cristo, sono io il primo beneficiato”, sottolinea padre Oreste Ferrari, dell’Opera don Orione. Questa frase sintetizza un’evoluzione nella pratica missionaria: non si tratta più di trasmettere una fede, ma di riconoscere in ogni persona un’immagine di Cristo.
Un esempio concreto arriva da don Paolo Pirlo, Figlio di Maria Immacolata. “Ci facevamo le foto con i piedi nel fango mentre davamo medicine o alimenti e pensavamo che questo fosse la missione. Avevo una serie di racconti strappalacrime per quando sarei tornato in Italia incontrando la gente”, afferma. Ma un giorno, in Italia, una signora filippina gli disse: “Padre, ma con questo tipo di presentazione ci fa vergognare”. Da allora, don Pirlo ha cambiato radicalmente il suo approccio.
La missione non è più un’azione esterna, ma un’esperienza interiore di conversione.
Un’esperienza di fratellanza e sinodalità
La testimonianza di padre Giovanni Gentilin, canossiano, sottolinea come il rapporto con chi si incontra non debba essere un’azione di superiorità, ma di reciproca collaborazione. “Anche inconsciamente io ti aiuto, ho soddisfazione ad aiutarti, però se non sto attento diventi il mio oggetto: io ho la possibilità, tu non ce l’hai, e io te la dono. Questo può alimentare un equivoco molto delicato”, avverte. Al contrario, Annamaria Zamboni, Piccola Sorella di Gesù, racconta come la missione sia un’esperienza di condivisione. “La bella cosa che ho sperimentato nelle Filippine è il camminare insieme, imparando gli uni dagli altri, tutti mettendoci qualcosa. E’ una grazia avere dei limiti di età, di lingua… I filippini sono molto creativi nel coinvolgere e io sono felice nell’imparare tante cose da loro”, osserva.
La missione oggi si basa su un’esperienza di condivisione e reciproca crescita.
Fra Mauro Cecchinato, missionario dell’Opera don Guanella, aggiunge: “Uno in Cristo, uniti nella missione, sono parole che suscitano in me il desiderio di camminare insieme con la Chiesa: non sentirsi il missionario che opera all’interno della missione, ma sentirsi insieme nel cammino sinodale che la Chiesa ci invita a vivere con la comunità nella quale siamo inseriti”. Queste testimonianze, raccolte in occasione della Giornata missionaria mondiale, mostrano come la missione non sia più un’azione esterna, ma un’esperienza interiore di conversione e fratellanza. La Chiesa, in questo contesto, non è più un’istituzione a cui appartenersi, ma un’esperienza di unità e di cammino comune.



