La presenza di PFAS nell’acqua potabile ha scatenato un allarme in diversi comuni italiani, tra cui Borgio Verezzi, Pietra Ligure e Villanova d’Albenga, dove sono state firmate ordinanze che vietano l’uso dell’acqua per scopi potabili e alimentari. L’emergenza, però, non è improvvisa: si basa su nuovi limiti introdotti il 13 luglio 2026 e su una maggiore sensibilità nei controlli. La diffusione geografica del fenomeno, che coinvolge regioni come Piemonte, Lombardia, Veneto, Toscana e Sardegna, conferma che il problema non è limitato a singoli territori.
PFAS: inquinanti eterni e rischi per la salute
PFAS, acronimo di “perfluoroalchilati”, sono sostanze chimiche sintetiche utilizzate da decenni in molteplici settori, tra cui tessuti impermeabili, rivestimenti antiaderenti e imballaggi. La loro capacità di resistere all’acqua, ai grassi e al calore le rende utili, ma anche pericolose. Molti PFAS si degradano lentamente e possono diffondersi attraverso il suolo e le falde acquifere, rendendoli “inquinanti eterni”. La loro presenza nell’ambiente, sebbene non nuova, ha raggiunto un livello di allarme grazie a nuovi parametri di controllo.
La presenza prolungata di PFAS nell’organismo può portare a accumulo nel sangue e a effetti tossici. Alcune sostanze sono associate a un aumento del colesterolo, alterazioni epatiche, effetti sul sistema immunitario e possibili interferenze con la fertilità e lo sviluppo fetale. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha individuato il pesce e le uova come principali fonti alimentari di esposizione, specialmente per i bambini, che assumono una quantità maggiore di alimenti rispetto al loro peso. Inoltre, alcuni PFAS possono passare nel latte materno, esponendo i neonati a concentrazioni elevate.
La normativa e i nuovi limiti
Il 13 luglio 2026 sono entrati in vigore nuovi limiti per l’acqua potabile, stabiliti dall’Unione europea e recepiti in Italia dal decreto legislativo 18 del 2023. Il valore massimo consentito per la somma di quattro composti prioritari (PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS) è fissato a 20 nanogrammi per litro. Questi limiti, estremamente bassi, richiedono analisi specifiche e hanno reso più sensibili i controlli. Anche concentrazioni precedentemente non rilevanti possono ora richiedere interventi, spiegando l’aumento delle ordinanze in diverse regioni. La siccità, che ha ridotto le riserve idriche, potrebbe aver contribuito a un aumento delle concentrazioni di PFAS nelle falde. Tuttavia, l’emergenza non indica un improvviso peggioramento, ma una maggiore rilevanza dei dati già presenti. I PFAS sono presenti nell’ambiente da decenni, e il loro accumulo nel suolo e nelle acque sotterranee richiede interventi costosi e specifici per renderle nuovamente utilizzabili.
La diffusione geografica conferma che il problema non è limitato a singoli territori.
La siccità potrebbe aver contribuito a un aumento delle concentrazioni di PFAS.
La valutazione dei rischi dipende da diversi fattori, tra cui la sostanza, la concentrazione e la durata dell’esposizione. L’EFSA ha stabilito che una parte della popolazione europea supera la dose tollerabile a causa dell’esposizione complessiva a quattro composti: PFOA, PFNA, PFHxS e PFOS. Questi dati sottolineano l’importanza di ridurre l’esposizione attraverso controlli più rigorosi e misure preventive.



