A venticinque anni dall’11 settembre, l’America si confronta con le contraddizioni della propria identità. Tra le immagini di Ground Zero e la possibilità di trasmettere in diretta un’esecuzione capitale, il Paese si domanda se la memoria possa convivere con la spettacolarizzazione. La promessa di “Never Forget” resta incisa nella memoria nazionale, ma oggi le ferite della storia convivono con nuove divisioni. La necessità di riaffermare la propria grandezza sembra farsi sempre più insistente, anche se la dignità umana non viene meno quando un uomo smette di essere innocente.
La memoria e il controllo
A Washington, si discute di come mostrare la forza, ma il controllo su ciò che la morte finisce per rappresentare si perde. Il Pentagono aveva annunciato l’intenzione di trasmettere in diretta l’esecuzione di Nidal Malik Hasan, ma la decisione è stata sospesa. Tuttavia, la possibilità di trasformare un’esecuzione in uno spettacolo pubblico è entrata nel dibattito. La scena è già delineata: un plotone, un condannato, una telecamera. Dall’altra parte dello schermo, gli spettatori. Due immagini che non si possono equiparare, ma attraversate dalla stessa inquietudine.
La forza e la dignità
Il Papa nato negli Stati Uniti, papa Francesco, ha ribadito che la pena capitale è inammissibile perché contraria alla dignità umana. Senza riferirsi direttamente a Hasan, ha ricordato che giustizia e sicurezza possono essere garantite senza privare definitivamente una persona della possibilità di redimersi. La Chiesa cattolica ha condannato la spettacolarizzazione della morte, mentre il governo valuta di mostrarne la fine. La democrazia può disporre di un potere senza essere obbligata a esibirlo. Può scegliere di non trasformare ogni atto in una dimostrazione pubblica. La distanza tra queste possibilità riguarda anche l’immagine che uno Stato intende offrire ai propri cittadini e al mondo. L’America ha saputo costruire monumenti per custodire il dolore e simboli capaci di unire milioni di persone.
A Ground Zero si sorride davanti al vuoto. Alle spalle, l’acqua precipita nelle due enormi vasche dove venticinque anni fa sorgevano le Torri Gemelle. Qualcuno cerca un nome inciso nel bronzo, qualcuno lascia un fiore o una bandiera americana. Altri si mettono in posa, allungano il braccio, scattano un selfie. Poco distante si vendono calamite, modellini, portachiavi e magliette con la scritta “Never Forget”. La memoria ha trovato posto anche sugli scaffali.
La memoria non deve essere trasformata in un prodotto da vendere. La promessa di restituire grandezza agli Stati Uniti accompagna una politica che fa largo ricorso alla pressione economica e alla dimostrazione di forza. La tensione che attraversa le istituzioni, la società e la stessa idea di libertà è una costante. La Costituzione americana nasce proprio dalla diffidenza verso un potere senza limiti. La democrazia non deve essere ridotta a uno spettacolo. Una sentenza resta agli atti. Le immagini di un’esecuzione, una volta diffuse, sfuggono invece a chi le ha prodotte: possono essere estrapolate, rilanciate, trasformate in propaganda. Lo Stato deciderebbe di mostrare la propria forza, ma perderebbe ogni controllo su ciò che quella morte finirebbe per rappresentare.



