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Esteri

La Macedonia del Nord e il miraggio dell’UE: tra riforme non sufficienti e dibattiti identitari

La Macedonia del Nord, dopo anni di negoziati, si trova a un bivio tra riforme e dibattiti identitari per l’ingresso nell’Unione europea.

Un percorso lungo vent’anni

La Macedonia del Nord, da più di vent’anni, attende di poter entrare nell’Unione europea, ma i negoziati non sono mai decollati. Il Paese, situato nel cuore dei Balcani, è circondato da Serbia a nord, Kosovo a nord-est, Bulgaria a est, Albania a ovest e Grecia a sud. La sua posizione geografica lo ha reso un crocevia di culture, con l’alternarsi di campanili delle chiese ortodosse e minareti delle moschee. La capitale, Skopje, è sede di circa 600mila abitanti, con un’importante popolazione albanese e minoranze turche, rom, serbe e bosgnacche. La società macedone è profondamente multietnica, con una maggioranza di etnia macedone (66,5%) e una consistente comunità albanese (un quarto della popolazione). La lingua ufficiale è il macedone, ma l’albanese è riconosciuto nei comuni con una presenza albanese superiore al 20%. La religione prevalente è il cristianesimo ortodosso, con un’importante presenza islamica nella minoranza albanese.

Un’identità in discussione

La questione del nome del Paese ha rappresentato un ostacolo significativo per l’ingresso nell’Unione europea. Dopo l’indipendenza del 1991, la Grecia contestò l’uso della denominazione “Macedonia”, ritenendola un riferimento improprio a una regione e a un patrimonio storico-culturale che Atene considera parte della propria identità nazionale. Per aggirare l’ostacolo, il Paese fu indicato a livello internazionale come “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia” (FYROM). La questione fu risolta con l’accordo di Prespa nel giugno del 2018, che ha sancito il cambio ufficiale del nome dello Stato in “Repubblica di Macedonia del Nord”. L’intesa, salutata con favore dalla comunità internazionale, ha sbloccato immediatamente il percorso euro-atlantico del Paese. Tuttavia, la questione del nome continua ad alimentare un acceso dibattito identitario nel Paese.

Riforme e sfide

La Macedonia del Nord ha intrapreso un percorso di riforme strutturali che toccano lo Stato di diritto, la giustizia, la pubblica amministrazione e la lotta alla corruzione. A sostegno di questo percorso, la Commissione UE ha varato nel 2023 il nuovo Piano di crescita per i Balcani occidentali, un pacchetto finanziario da 6 miliardi di euro per accelerare l’allineamento dei Paesi dell’area. Inoltre, l’UE ha destinato alla Macedonia del Nord, nel 2024, 750,4 milioni di euro tra sovvenzioni e prestiti agevolati. A questi si aggiungono i fondi del programma Global Gateway per la costruzione di nuovi progetti infrastrutturali come la ferrovia tra Kumanovo e il confine bulgaro, il parco eolico di Bogdanci e il depuratore di Skopje sul fiume Vardar. Dalla chiusura della fase di screening nel 2023 a oggi, però, la Macedonia del Nord non ha fatto concreti passi in avanti per entrare in UE. Dei sei cluster tematici, infatti, l’Unione non ne ha ancora aperto uno. Questo perché la promessa di Skopje di riformare la Costituzione per introdurre il riconoscimento dei cittadini di altre etnie come quella bulgara non è sin qui stata concretizzata.

Un futuro incerto

La Commissione UE ha subordinato la prosecuzione dei negoziati all’impegno di Skopje a modificare la Costituzione. A luglio 2022 la Macedonia del Nord ha acconsentito a formalizzare il riconoscimento e la protezione della minoranza bulgara, ed è partito così finalmente il processo negoziale. Fino a dicembre 2023 però è dovuta passare per l’ulteriore fase interlocutoria dello “screening” preparatorio sui vari settori della società e dell’economia. Il primo ministro della Macedonia del Nord, Hristijan Mickoski, ha stringido la mano alla Presidente della Commissione per l’Allargamento dell’Unione, Marta Kos, a Skopje nel giugno 2025. La questione del nome del Paese continua ad alimentare un acceso dibattito identitario nel Paese. Risolta la questione con la Grecia, d’altronde, il Paese ha dovuto affrontare pure il veto della Bulgaria all’apertura effettiva dei negoziati. Sofia rivendicava infatti il riconoscimento formale della minoranza bulgara presente sul territorio macedone. L’UE ha dunque subordinato la prosecuzione dei negoziati all’impegno di Skopje a modificare la Costituzione. A luglio 2022 la Macedonia del Nord ha acconsentito a formalizzare il riconoscimento e la protezione della minoranza bulgara, ed è partito così finalmente il processo negoziale.

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