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sabato 17 Ottobre 2026

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Questura di Trieste limita attività di solidarietà in piazza Libertà per non disturbare aperitivi

La questura di Trieste ha vietato l’assistenza a chi aiuta i migranti in piazza Libertà, per non disturbare gli aperitivi, suscitando proteste tra attivisti.

A Trieste, la questura ha vietato l’attività di solidarietà in piazza Libertà, limitando l’assistenza a chi aiuta i migranti, per non disturbare gli aperitivi. La decisione, annunciata il 14 ottobre 2026, ha suscitato proteste tra attivisti e associazioni locali, che denunciano una escalation di repressione. L’obiettivo ufficiale delle autorità è garantire il regolare svolgimento delle attività di socialità e intrattenimento, ma per molti è una limitazione grave della libertà di azione e di solidarietà.

Limitazioni e repressione in aumento

La questura ha imposto alle realtà solidali un orario diverso da quello garantito da sette anni, riducendo l’orario di attività da 19 a 22 ore a 18 a 20. Questo cambiamento, spiega Lara Cavalli, attivista della rete dei Fornelli resistenti, ha ridotto la possibilità di offrire pasti caldi, giubbotti e assistenza medica a chi arriva dalla rotta balcanica. «Cosa sta succedendo in questo paese se cominciamo a negare il cibo agli affamati?», chiede Cavalli, sottolineando come la repressione si estenda a ogni aspetto della vita quotidiana.

La decisione della questura è arrivata in un contesto di crescente tensione. L’escalation contro il presidio di cura in piazza Libertà ha visto un aumento dell’odio sui social, minacce verbali e ronde neofasciste. La promessa del sindaco di recintare la piazza, con un investimento di oltre un milione di euro, ha ulteriormente alimentato le preoccupazioni. «Tutto questo è voluto», afferma Cavalli, «si sono volute creare le condizioni per arrivare a uno scontro violento».

Un clima di tensione e odio

Le reti di solidarietà, che da sette anni operano in piazza Libertà, denunciano una pressione crescente da parte delle forze dell’ordine. Anche dopo soli dieci minuti dall’orario di fine attività, le forze dell’ordine si presentano in piazza per controllare i documenti dei presenti. «Per le persone rimane solo la strada», dice Cavalli, riferendosi a circa 150 persone abbandonate nella città. Per molto tempo le reti di solidarietà sono state funzionali a una politica che non era in grado di occuparsi dell’accoglienza. Oggi, invece, il clima non è più così disteso. «Il nostro credo comune rimane contrastare lo Stato che impedisce a queste persone, attraverso i confini, il diritto alla vita», conclude Cavalli, sottolineando la continua lotta per i diritti delle persone in movimento.

La questura, inoltre, ha rinvio continuo delle richieste di asilo e ha chiuso alcuni spazi di accoglienza, limitando ulteriore la possibilità di supporto alle persone in movimento. L’ultimo episodio che ha acceso le tensioni è stato una gita scolastica in piazza Libertà, organizzata per far conoscere ai bambini cosa significa percorrere la rotta balcanica. L’evento ha visto l’intervento del ministero dell’Istruzione, che ha condannato l’uso di piazza Libertà come spazio di educazione civile. La città di Trieste, una delle porte d’ingresso del nostro paese, è simbolo della repressione della migrazione. «Da un lato, ricorda le azioni contro chi cerca di fare della solidarietà un atto politico», spiega Cavalli. La repressione si estende a ogni aspetto della vita quotidiana, con un aumento del controllo e della pressione su chi opera per l’accoglienza.

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