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lunedì 19 Ottobre 2026

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Salute

Perdiamo 338 parole al giorno per i social: il cervello rischia di perdere la profondità del dialogo

La ricerca rivela che l’uso eccessivo dei social riduce il numero di parole pronunciate al giorno, mettendo a rischio la capacità di comunicare in modo ricco e profondo.

Perdiamo 338 parole al giorno a causa dell’uso intensivo dei social media, un dato emerso da una ricerca internazionale pubblicata su Perspectives on Psychological Science. Questo calo, che rappresenta il 28% del totale delle parole pronunciate, ha conseguenze significative sulla capacità di comunicare in modo ricco e profondo. L’effetto si osserva soprattutto tra i giovani, che crescono immersi nel mondo digitale, riducendo progressivamente le occasioni di conversazione faccia a facia. Questo fenomeno non solo riduce la profondità del dialogo, ma anche la capacità di ascoltare, interpretare emozioni e costruire relazioni significative.

La perdita delle parole e il rischio per il cervello

La ricerca ha evidenziato come la riduzione delle interazioni verbali influenzi la struttura cerebrale, in particolare nel lobo parietale inferiore di sinistra, dove si trova una maggiore densità di materia grigia. «Esistono già diversi studi di neuroimaging funzionale che mostrano una relazione tra l’ampiezza del lessico e la quantità di materia grigia presente in alcune aree del cervello», spiega Jubin Abutalebi, professore di neuropsicologia all’Università Vita-Salute San Raffaele. L’esperienza linguistica, quindi, sembra essere strettamente legata alla struttura e al funzionamento cerebrale. La capacità di parlare è legata a una maggiore densità di materia grigia nel cervello. Questo dato suggerisce che il lessico ricco potrebbe essere un indicatore della salute cerebrale. La riduzione delle interazioni verbali potrebbe quindi portare a una riduzione della materia grigia, con conseguenze a lungo termine sulle funzioni cognitive.

Le conseguenze per la società e il futuro professionale

La perdita delle parole non riguarda solo gli anziani, ma colpisce anche le nuove generazioni, mettendo a rischio la loro capacità di empatizzare e risolvere problemi contingenti. «I nostri figli non telefonano più e parlano sempre meno», afferma Giuseppe Riva, ordinario di psicologia generale e direttore dell’Humane Technology Lab dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. «Può sembrare qualcosa di molto banale, ma il rischio è reale: perdiamo un prezioso allenamento alla dialettica e al problem solving». La riduzione delle interazioni sincrone ha conseguenze sul senso di connessione. Il senso di connessione si sviluppa soprattutto nell’interazione faccia a faccia, attraverso meccanismi cerebrali che ci permettono di orientarci nello spazio condiviso e di sincronizzarci con l’altro. Questi meccanismi sono essenziali per costruire una dimensione comune, un “noi”.

Non solo sugli anziani ricadono gli effetti di questa generalizzata perdita delle parole, ma anche sulle nuove generazioni, che rischiano di perdere la capacità di empatizzare e di trovare soluzioni ai problemi contingenti. «Il problema non riguarda soltanto le cosiddette skills comunicative, ma anche le parole con connotati emotivi: le usiamo sempre meno», conclude Riva. «Utilizziamo magari quelle più frequenti nel nostro lessico, come “bello” o “brutto”, ma esistono tanti sinonimi molto più complessi, con più implicazioni e sfumature, che non vengono più usati dai giovani».

La ricerca neuroscientifica mostra che il senso di connessione si sviluppa soprattutto nell’interazione faccia a facia, attraverso meccanismi cerebrali che ci permettono di orientarci nello spazio condiviso, di riconoscere l’altro e di sincronizzarci con lui. «È attraverso questi meccanismi che non ci limitiamo semplicemente a comunicare con qualcuno, ma costruiamo una dimensione comune, un “noi”», spiega Riva. «Quando una parte sempre più consistente delle nostre discussioni si sposta dagli incontri reali agli schermi rischiamo di perdere tutto ciò».

La riduzione delle interazioni sincrone ha conseguenze a lungo termine. La mancanza di dialoghi e di interazioni reali potrebbe portare a una riduzione della riserva neurale, un fattore protettivo contro il declino cognitivo. Questo rischio non riguarda solo gli anziani, ma anche i giovani, che potrebbero perdere la capacità di empatizzare e di risolvere problemi in modo efficace.

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