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lunedì 19 Ottobre 2026

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Ambiente

Ripristino della natura: l’Italia ha un piano, ma non dimostra se è sufficiente

L’Italia presenta un piano per il ripristino della natura, ma mancano dati chiari e garanzie per raggiungere gli obiettivi europei.

L’Italia ha presentato un piano per il ripristino della natura, che include oltre 2000 misure, ma non dimostra se siano sufficienti a raggiungere gli obiettivi europei. Il documento, ispirato al regolamento approvato nel 2024, si basa su una raccolta di azioni disponibili, ma manca una chiara connessione tra le misure e i risultati attesi. Mancano dati strutturati, finanziamenti completi e garanzie per garantire che gli interventi siano addizionali rispetto a quelli già esistenti. Il piano, pur promettente, non risponde a domande fondamentali: quali degradi occorrerà ripristinare, in quali luoghi e con quali azioni entro le scadenze?

Obiettivi europei e lacune nazionali

Il Piano italiano si ispira al regolamento europeo sul ripristino della natura, approvato nel 2024, con l’obiettivo di mettere in campo misure su almeno il 20% delle superfici terrestri e marine entro il 2030, estendendole entro il 2050 a tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino. Il documento italiano traduce questo mandato in capitoli dedicati agli habitat terrestri e marini, alle città, ai fiumi, agli impollinatori, all’agricoltura e alle foreste. Tuttavia, il numero di misure non indica l’ambizione del piano, ma la mancanza di dati chiari e finanziamenti completi. Circa il 33% delle misure non ha una stima di spesa, e la garanzia che gli interventi siano addizionali rispetto a quelli già esistenti è spesso assente.

La distanza tra progetto e risultato

La distanza tra progetto plausibile e risultato ecologico verificabile attraversa tutto il Piano. Mancano campi strutturati e compilati in modo uniforme per condizioni iniziali, superficie, obiettivo ecologico misurabile, responsabile, scadenza e gestione successiva. Questo rende difficile verificare se le azioni siano sufficienti, finanziate e concentrate dove servono. Inoltre, manca spesso la garanzia che gli interventi previsti siano addizionali rispetto al normale svolgersi degli eventi e dei finanziamenti. Utilizzare programmi esistenti, come il PNRR o la Politica agricola comune, è ragionevole, ma il Piano dovrebbe distinguere ciò che è stato già realizzato, ciò che resta da attuare e ciò che sarà ampliato grazie alla nuova programmazione.

La scheda nazionale sulle priorità per gli ecosistemi forestali (art. 12) comprende azioni-ombrello da svolgere su tutto il territorio nazionale, come il rilascio di legno morto, la conservazione di alberi destinati all’invecchiamento, la prevenzione degli incendi boschivi, l’eradicazione delle specie esotiche invasive, la rinaturalizzazione dei rimboschimenti e la diversificazione della struttura del bosco. Tuttavia, il mantenimento della gestione ordinaria del ceduo non è sufficiente a garantire un risultato generalizzato in termini di ripristino. Occorrerebbe precisare in quale situazione e sito questo miglioramento si potrebbe verificare, e con quali cambiamenti rispetto alla forma di gestione attuale.

Monitoraggio e dati iniziali

Il Piano prevede dati iniziali, indicatori, verifiche prima, durante e dopo gli interventi e la possibilità di correggere o sostituire le misure inefficaci. Questa parte è considerata una delle più promettenti, purché strumenti e risorse siano disponibili dall’inizio. Senza conoscere le condizioni precedenti, si rischia di perdere la possibilità di valutare ciò che verrà realizzato. Anche gli scenari climatici, richiamati nel documento, devono orientare più sistematicamente le scelte: un intervento progettato sulle sole condizioni attuali potrebbe perdere efficacia durante il ripristino.

Due schede sul Po rendono concreta questa impostazione. Una costruisce il riferimento ante operam su siti rappresentativi degli ambienti e degli interventi; l’altra studia la risposta della lanca di Gussola all’abbassamento di un pennello di navigazione. Acque, sedimenti e comunità biologiche vengono osservati anche con DNA ambientale e telerilevamento; a Gussola si misurano inoltre gli scambi di gas serra. L’obiettivo è imparare dal progetto pilota per orientare quelli successivi. La durata del monitoraggio e la capacità di adattare le misure al cambiamento sono chiavi per garantire un ripristino effettivo e verificabile.

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