Due coniugi residenti a Como, Domenico Cataldo e Michela Barrasso, hanno espresso una rabbia crescente per la situazione di barriere architettoniche e mancanza di sicurezza che rende difficoltosa la loro quotidianità. Lui è ipovedente, lei non vedente, e per loro uscire di casa non è più un semplice atto di libertà, ma un percorso rischioso e pieno di ostacoli. La loro voce si rivolge al sindaco Alessandro Rapinese, alla vicesindaca Nicoletta Roperto e alla maggioranza comunale, accusando una gestione che, a loro giudizio, non ha garantito la piena inclusione e la mobilità autonoma per le persone con disabilità visiva.
Barriere architettoniche e mancanza di sicurezza
La loro denuncia riguarda diversi aspetti della mobilità cittadina, tra cui marciapiedi dissestati, semafori senza segnali sonori e percorsi pericolosi. “Il suolo pubblico si è trasformato in una vera e propria giungla”, affermano i coniugi, attribuendo il peggioramento sia all’inciviltà di alcuni cittadini sia alla carenza di controlli. Problemi che pesano soprattutto su chi non può individuare visivamente un ostacolo o un veicolo in avvicinamento. Non possiamo mai considerarci pienamente inclusi, sottolineano, spiegando come la paura di incidenti gravi li costringa a rinunciare a spostarsi autonomamente.
La perdita di autonomia, per Domenico e Michela, è una conseguenza diretta del mancato rispetto delle normative sull’accessibilità. Hanno richiamato l’articolo 3 della Costituzione, che prevede il dovere di rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena partecipazione alla vita sociale. “Non chiediamo privilegi, ma la possibilità di muoversi senza paura”, spiegano. La loro voce si estende anche alle decisioni del consiglio comunale, che hanno bocciato mozioni relative alla sicurezza del parcheggio di via al Bassone e all’accessibilità del nuovo lungolago. Contestano inoltre il mancato inserimento del Piano per l’eliminazione delle barriere architettoniche (Peba) nel Documento unico di programmazione 2027-2029.
Un diritto in pericolo
La loro esperienza è un esempio concreto di come le barriere architettoniche non solo limitino la mobilità, ma possano anche minare la libertà di scelta e la partecipazione sociale. “Perdere pezzo per pezzo la nostra libertà di scelta”, affermano, “è una conseguenza che non possiamo più ignorare”. La loro richiesta è chiara: un’attenzione maggiore alla mobilità autonoma e una gestione più responsabile delle risorse pubbliche per garantire un ambiente accessibile a tutti.
La loro storia, pur singola, rappresenta un appello per l’inclusione e per un’urbanistica più attenta alle esigenze delle persone con disabilità. Non possiamo più uscire di casa senza paura, concludono Domenico e Michela. La loro voce, sebbene non sia ufficiale, è un segnale forte per chi si occupa di accessibilità e inclusione. Un segnale che richiede risposte concrete e un impegno reale per migliorare la qualità della vita di chi, come loro, vive quotidianamente le conseguenze di un’urbanistica non inclusiva.



