Il processo Giudizio Universale riparte dopo cinque anni, con l’obiettivo di far assumere all’Italia le sue responsabilità di fronte alla crisi climatica. L’azione legale, avviata nel 2021, vede il coinvolgimento di un gruppo di cittadini e associazioni, tra cui Fridays for Future e la Società meteorologica italiana, che hanno portato in tribunale lo Stato italiano per inadempienza. L’obiettivo non è un risarcimento, ma una trasformazione delle priorità politiche, con l’obiettivo di spezzare i legami con le lobby oil&gas e promuovere una giusta transizione ecologica.
Un processo che ha visto l’Italia indietro
Dopo la prima udienza, tenutasi nel novembre 2021 durante la Cop26 di Glasgow, il processo è rimasto in sospeso per due anni e mezzo. Il tribunale civile di Roma, il 26 febbraio 2024, ha chiuso la causa senza esaminarla, ritenendo inammissibile la domanda per «difetto assoluto di giurisdizione». La sentenza ha riconosciuto la gravità della crisi climatica, ma ha sottolineato l’incapacità del sistema giudiziario italiano di valutare l’operato dello Stato in materia di clima. La decisione ha espresso una sorta di disallineamento tra il contesto legislativo e il clima politico.
Un dibattito che va oltre il tribunale
Il processo Giudizio Universale non è solo un’azione legale, ma un simbolo di una lotta più ampia. L’obiettivo non è punire, ma trasformare, con un approccio che si ispira alla giustizia trasformativa. L’idea è di spostare le priorità della politica, ridistribuendo il benessere in forma di verde pubblico, case e scuole vivibili, aria pulita e suoli non avvelenati. La richiesta è di un mutamento profondo, che risponda alle esigenze di una società in crisi.
La crisi climatica ha amplificato le disuguaglianze, rendendo il clima un’esperienza quotidiana per molte comunità. L’Italia, pur avendo una Costituzione che tutela l’ambiente, si trova a dover fare i conti con un clima politico che sembra non rispondere alle esigenze di una transizione energetica giusta. Nel 2025, la Corte internazionale di giustizia dell’ONU e la Corte interamericana dei diritti umani hanno riconosciuto gli obblighi degli Stati in materia di cambiamento climatico, mentre la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Svizzera per inazione climatica. In Italia, la Cassazione ha escluso l’opzione sostenuta da Eni, ma ha anche confermato che i giudici italiani possono decidere in merito alle cause climatiche.
Un’Europa che ha perso la sua faccia
L’Europa, che un tempo aveva risposto alle piazze con un Green deal, oggi sembra aver perso la sua faccia. La presidente della Commissione, che nel 2020 aveva promesso una transizione ecologica, oggi sembra concentrarsi su interessi industriali e repressione del dissenso. La transizione energetica, che un tempo era un obiettivo comune, oggi sembra essere un tema marginale. La gioventù di mezza Europa è di nuovo in piazza, ma non è più l’atmosfera dei Climate Strike del 2021: la gioventù di oggi è furibonda, e chiede un cambiamento radicale.
Il ricorso all’Appello, che comincerà mercoledì 21 ottobre a Roma, punta a smontare la postura da Ponzio Pilato del tribunale, richiamando lo Stato e la legge alle proprie responsabilità. Prendersi la responsabilità di una transizione ecologica giusta è una risposta indiretta ma potente a queste piazze furibonde. Significa farsi carico della dignità e del futuro di tutti e tutte, redistribuendo il benessere in forma di verde pubblico, case e scuole vivibili.



