Il presidente dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minorenni e per la Famiglia, Claudio Cottatellucci, ha espresso preoccupazioni sull’inasprimento delle pene per i reati commessi da minori, sottolineando che potrebbe non produrre i risultati sperati. L’intervista, rilasciata durante il programma The Breakfast Club, è stata l’occasione per analizzare il nuovo decreto sicurezza approvato il 20 ottobre 2026, che introduce misure rivolte alla criminalità minorile. Cottatellucci ha sottolineato che l’approccio punitivo non è sempre la soluzione migliore e che è necessario concentrarsi su percorsi di responsabilizzazione e interventi preventivi.
La critica all’inasprimento delle pene
Cottatellucci ha espresso la sua posizione in modo chiaro: «Inasprire le pene può essere controproducente». Secondo il magistrato, l’esperienza degli ultimi anni ha dimostrato che aumentare le pene non è sufficiente a risolvere il problema della criminalità minorile. Anzi, potrebbe peggiorare la situazione. «Pene più severe potrebbero non fermare un adolescente», ha sottolineato, spiegando che la funzione deterrente presuppone una capacità di valutare le conseguenze di un reato, una caratteristica che non sempre è presente nei comportamenti giovanili di gruppo.
La detenzione minorile è aumentata del 50% negli ultimi tre anni
Un dato citato da Cottatellucci durante l’intervista ha attirato l’attenzione: in tre anni la detenzione minorile è aumentata del 50%, portando al centro dell’attenzione il problema del sovraffollamento degli istituti penali minorili. Questo aumento, ha spiegato, rappresenta una netta discontinuità rispetto a un sistema in cui il carcere per i minorenni era considerato una soluzione residuale. Secondo il magistrato, un ricorso esteso alla detenzione non frena automaticamente le condotte devianti e può rendere più probabile la recidiva dopo che il giovane ha scontato la pena.
La messa alla prova come alternativa
Cottatellucci ha indicato la messa alla prova come uno degli strumenti più efficaci a disposizione del sistema penale minorile. Quando un ragazzo riconosce le proprie responsabilità di fronte agli accertamenti compiuti, è possibile sospendere il processo e avviare un percorso che può comprendere attività sociali, sostegno personale e psicologico per il ragazzo e per la sua famiglia. Quando esistono delle vittime, il percorso può prevedere anche forme di incontro, riconciliazione e riparazione.
La messa alla prova riduce le recidive del 50%
«Con la messa alla prova le recidive si riducono del 50%», ha affermato Cottatellucci, citando un dato significativo. Secondo lui, l’indicatore da utilizzare per capire se un intervento funziona davvero non è la severità della pena, ma il numero di persone che, dopo aver affrontato quel percorso, tornano a commettere reati. «Non basta punire, bisogna trasformare», ha concluso il magistrato. Cottatellucci ha anche sottolineato l’importanza di interventi preventivi, come il ruolo della scuola, delle famiglie e delle reti associative, per evitare che i ragazzi si trovino in situazioni di chiusura rispetto al mondo adulto. «Più che offrire una risposta semplice a un fenomeno complesso, invito a mantenere aperta la domanda sulle ragioni del disagio e della violenza giovanile», ha concluso il magistrato.



