La sovranità digitale nella pubblica amministrazione non si misura solo su dove risiedono i dati, ma soprattutto sulla capacità di poterli trasferire senza interrompere i servizi. Questo concetto, espresso in modo chiaro da Michele Melchionda, RTD della Presidenza del Consiglio dei ministri, rappresenta un criterio essenziale per valutare se una tecnologia è davvero al servizio dell’amministrazione. La sovranità digitale, infatti, non è solo un’autarchia tecnologica, ma una capacità concreta di scegliere, controllare gli asset critici e predisporre una via d’uscita senza interrompere i servizi pubblici.
La reversibilità come chiave di volta
La capacità di rendere reversibile qualsiasi scelta tecnologica è un KPI fondamentale per capire se si è effettivamente in possesso di una tecnologia flessibile. Questo concetto, sottolineato da Melchionda, si traduce in una pratica concreta: quando si adotta una tecnologia, bisogna già pensare all’exit strategy. La domanda da porre all’inizio di ogni progetto è: se tra tre anni dovessimo cambiare fornitore, quanto tempo, denaro e rischio operativo richiederebbe farlo? La risposta a questa domanda determina se si è in grado di mantenere la continuità e il controllo dei dati. La sovranità digitale non è solo un’opzione tra apertura e autonomia, ma una capacità di costruire un’autonomia aperta. La PA non può isolarsi dagli ecosistemi globali, ma può evitare che ogni innovazione si trasformi in una dipendenza irreversibile.
Il Data Act europeo e le nuove regole
Il Data Act europeo, applicabile dal 12 settembre 2025, impone ai fornitori di servizi di trattamento dati di rimuovere gli ostacoli commerciali, tecnici e contrattuali al passaggio verso un altro provider o verso infrastrutture proprie. Questo significa che i contratti devono descrivere fin dall’inizio formati di esportazione, API, metadati, tempi e responsabilità della migrazione, continuità del servizio, cancellazione sicura delle copie residue e costi di uscita. Non basta una clausola generica: la reversibilità va progettata, verificata e possibilmente collaudata durante la vita del contratto, non quando il rapporto è già in scadenza. La sovranità digitale si misura anche nel modo in cui si è capace di rendere reversibile qualsiasi scelta. Questo implica un lavoro costante sulla qualità dei dati, che deve partire dall’acquisizione fino all’utilizzo, garantendo la continuità di servizio delle pubbliche amministrazioni. Senza dati interoperabili, non è possibile tutelare la continuità e la trasparenza.
La sovranità digitale ha anche una dimensione fisica ed ecologica. Secondo il rapporto della Commissione europea sull’efficienza energetica dei data center, questi ultimi nell’UE hanno consumato 68 TWh di elettricità nel 2024 e potrebbero arrivare a 114 TWh nel 2030. Questo fa accendere un campanello d’allarme, che si unisce al problema dell’approvvigionamento di RAM e server. Nonostante questo, l’Europa sta rispondendo con iniziative come il Chips Act 2.0 e il Cloud and AI Development Act, che mirano a ridurre le dipendenze strategiche e a rafforzare la progettazione e la produzione nell’UE.
La libertà di scelta delle amministrazioni dipende anche dalla presenza di alternative industriali credibili. La sovranità digitale, quindi, non è solo un’opzione tra apertura e autonomia, ma una capacità di costruire un’autonomia aperta, basata su interoperabilità, standard, competenze e responsabilità. La PA non può isolarsi dagli ecosistemi globali, ma può evitare che ogni innovazione si trasformi in una dipendenza irreversibile.



