Don Gino Rigoldi, storico cappellano del carcere minorile Beccaria a Milano, ha commentato i scontri recenti che hanno visto la distruzione di vetrine e l’aggressione alla polizia. «Punire i ragazzi più duramente non li rieducherà», ha detto il sacerdote, che ha accolto alcuni dei giovani arrestati. L’obiettivo, secondo lui, non è la punizione, ma l’aiuto a crescere e a trovare un senso nella vita.
La relazione con i ragazzi è fondamentale
Don Gino ha sottolineato che per instaurare una relazione di fiducia con i ragazzi non si deve avere paura di loro. «Se hai paura, quel sentimento diventa un giudizio e li allontana», ha spiegato. Il sacerdote, che ha lavorato per 52 anni al Beccaria, ha visto cambiamenti nei giovani nel tempo, soprattutto tra i migranti, che oggi sono più fragili psicologicamente. «Sono sempre adolescenti in cerca di punti di riferimento, molti dei quali stranieri, coinvolti in reati legati alla sopravvivenza», ha osservato.
«Non hanno ricevuto un’educazione intesa come capacità di stare in relazione con sé stessi e con gli altri», ha sottolineato don Gino. «Questa capacità sembra scomparsa nelle famiglie, nelle scuole e nelle parrocchie». I ragazzi, spesso figli di nessuno, si sentono esclusi da una torta che non sono mai stati chiamati a spartire. «Il desiderio di affermazione, di sentirsi riconosciuti e di avere quello che gli altri hanno: un telefonino nuovo, un paio di scarpe firmate, oggetti che fanno parte di una torta che loro non sono mai stati chiamati a spartire», ha spiegato il sacerdote.
La mancanza di relazioni e di affetto ha portato a una crisi di identità e di senso di appartenenza.
La soluzione non sta nella repressione
Don Gino ha criticato l’idea di punire i giovani più duramente o di costruire nuovi penitenziari. «Punire più duramente gli adolescenti produce il risultato contrario», ha affermato. «I giovani cambiano se li convinci e offri loro strumenti per esprimersi, fare cose positive e aiutarli a diventare grandi», ha spiegato. «Pensare di sistemare la società aumentando la repressione è una stupidaggine», ha concluso. Il sacerdote ha anche sottolineato l’importanza della relazione e dell’affetto per restituire dignità ai ragazzi. «Con l’affetto e la relazione, senza identificare il ragazzo con il reato che ha commesso. Ho visto cambiamenti radicali quando gli adulti ascoltano e valorizzano i giovani», ha detto. «I figli non sono aziende da cui pretendere buoni risultati», ha aggiunto, con un tono di profonda empatia.
La crescita dei ragazzi non dipende solo da punizioni, ma da opportunità e ascolto.



