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domenica 8 Novembre 2026

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Economia

Wall Street in crisi, i rischi per chi investe nell’S&P 500

Wall Street in crisi, i rischi per chi investe nell’S&P 500. Fattori di rischio e strategie per gli investitori.

Un mercato in bilico, con rischi crescenti

Wall Street ha registrato una delle giornate più difficili da aprile 2025, con l’S&P 500 che ha perso il 4,36% e il Nasdaq Composite il 5,52%. L’indice della volatilità VIX ha chiuso a 28,18, il livello più alto da fine marzo, segnando un aumento del panico tra gli investitori. Questa crisi arriva in un momento in cui diversi fattori di rischio si sommano: valutazioni ai livelli del 2000, un aumento dei tassi da parte della Fed, un petrolio in crescita e un debito legato all’intelligenza artificiale. Chi ha un portafoglio con ETF sull’S&P 500, soprattutto con un piano di accumulo, ha un interesse crescente a comprendere i rischi e a muoversi con calma, evitando di reagire all’emotività del mercato.

La concentrazione del settore tecnologico aumenta i rischi. Secondo S&P Dow Jones Indices, al 31 agosto 2026 il settore tecnologico valeva il 37,9% dell’indice, e le dieci società più grandi pesavano insieme il 39,03%. Tra queste, Nvidia, Apple e Microsoft si trovano in testa. Chi compra l’S&P 500 pensando di investire nell’economia americana nel suo complesso, in realtà, scommette in buona parte su un pugno di grandi gruppi legati all’intelligenza artificiale. Questa concentrazione aumenta i rischi, soprattutto se i progetti di costruzione di nuovi data center negli Stati Uniti rallentano dopo le elezioni di Midterm.

Le valutazioni ai livelli del 2000

Il primo campanello d’allarme riguarda le valutazioni. Il rapporto CAPE di Shiller, che confronta il prezzo dell’S&P 500 con la media degli utili degli ultimi dieci anni corretti per l’inflazione, è sopra quota 40 senza interruzioni da maggio 2026. Questo livello è stato raggiunto solo una volta nella storia, durante la bolla di internet, quando l’indicatore toccò il record di 44,19 nel dicembre 1999. Tra il marzo 2000 e l’ottobre 2002, l’S&P 500 perse circa il 49%. Un CAPE alto non indica quando arriverà una discesa, ma segnala che il margine di sicurezza è ridotto e che una delusione sugli utili o sui tassi pesa di più.

La storia suggerisce che i crolli precedono la ripresa. Secondo l’analisi di Capital Group sui dati dell’S&P 500 dal 1954 al 2025, una discesa del 20% o più si verifica in media circa una volta ogni sei anni e dura in media 402 giorni dal massimo al minimo. L’ultima è iniziata nel gennaio 2022, mentre la Fed si preparava al ciclo di rialzi dei tassi partito a marzo, e ha portato l’indice a perdere circa il 25% entro ottobre. Il dato che conta di più, però, è un altro: ogni ribasso dell’S&P 500 pari o superiore al 15% avvenuto dal 1929 è stato seguito da una ripresa, e nei dati fino al 2023 il rendimento medio nel primo anno dopo ciascuno di questi ribassi è stato del 52%. Il guaio è che quei dodici mesi partono da un punto che nessuno riconosce in tempo reale. Chi vende in preda al panico rischia di uscire vicino al fondo e di restare fuori proprio quando arriva il rimbalzo.

Per chi investe dall’Italia, è importante valutare la propria situazione e non mettere in azioni i fondi che potrebbero servire nei prossimi due o tre anni. Una riserva di liquidità o di titoli di Stato a breve scadenza permette di attraversare le fasi difficili senza toccare l’investimento azionario. Inoltre, per gli ETF armonizzati, le perdite realizzate con la vendita sono redditi diversi e possono essere compensate con plusvalenze dello stesso tipo, come quelle su azioni, obbligazioni o certificati, entro i quattro anni successivi. Chi ha un piano di accumulo può sfruttare il suo principale vantaggio: in una fase di ribasso, a parità di rata, compra più quote quando i prezzi scendono. Chi dispone di liquidità aggiuntiva può valutare di investirla a tranche, anziché in un’unica soluzione, così da non dover indovinare il punto più basso.

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