La scuola deve riconoscere il diritto di scelta degli studenti con disabilità e promuovere l’autodeterminazione come parte fondamentale del loro percorso educativo. La domanda “tu che cosa desideri?” non è solo una frase, ma un passo cruciale per comprendere le preferenze, le aspirazioni e le capacità di ogni studente. Questo concetto, espresso da Alessandra Locatelli, ministro per le Disabilità, ha trovato spazio in un progetto di vita che non si limita a garantire accesso a servizi, ma si propone di costruire un futuro in cui ogni persona, anche con disabilità, possa esprimere la sua volontà e partecipare attivamente alle decisioni che riguardano la sua vita.
Il progetto di vita come strumento di inclusione
Il progetto di vita, definito come individuale, personalizzato e partecipato, si basa sull’individuazione di desideri, preferenze e aspettative della persona. Questo approccio non elimina la responsabilità educativa degli adulti, ma modifica il punto di partenza della progettazione. Non si tratta più di decidere per qualcuno, ma di riconoscere che ogni persona, anche con disabilità, possiede una volontà e una capacità di scelta. Il manuale dedicato al tema sottolinea che la capacità di scegliere si educa, si esercita e si accompagna, e può essere soffocata molto prima che una persona abbia la possibilità di utilizzarla.
La scuola non deve più decidere per gli studenti, ma deve aiutarli a esprimere le loro scelte. Questo significa riconoscere che la vita non è solo un insieme di bisogni da soddisfare, ma un insieme di esperienze, relazioni e preferenze che possono essere coltivate. L’orientamento non significa trovare un “posto possibile”, ma aumentare progressivamente il numero dei contesti che ha potuto conoscere e delle esperienze sulle quali può fondare una preferenza.
La scuola e l’educazione alla scelta
La scuola, come luogo di formazione, ha un ruolo chiave nel promuovere l’autodeterminazione. Non si tratta solo di insegnare competenze tecniche, ma di favorire la capacità di scelta in contesti diversi. Decidere con chi un alunno deve lavorare, scegliere un laboratorio, costruire attività senza verificare se gli interessino davvero, immaginare il futuro sulla base di ciò che appare disponibile: queste sono decisioni che spesso vengono prese senza chiedersi se la persona abbia un ruolo attivo.
La domanda “tu che cosa desideri?” è una sfida per la scuola, ma anche un’opportunità per rivedere le abitudini educative. Non si tratta di abbandonare la persona ai pericoli, ma di riconoscere che una vita privata della possibilità di sbagliare diventa anche una vita privata di una parte importante dell’autonomia. L’autodeterminazione non coincide con l’indipendenza assoluta, ma con la capacità di incidere sulle scelte che riguardano la propria esistenza. Le esperienze di orientamento e di Formazione Scuola-Lavoro non devono limitarsi a un adempimento previsto dal percorso di studi, ma devono diventare spazi di conoscenza di sé. Non servono soltanto a comprendere ciò che uno studente sa fare, ma anche ciò che tollera, ciò che gli interessa, il tipo di relazione che preferisce, la quantità di sostegno necessaria e le condizioni ambientali in cui funziona meglio.
La riforma del welfare, promossa da Locatelli, ha posto al centro il ruolo dei desideri come elemento fondamentale del progetto di vita. Questo non significa che qualsiasi desiderio possa automaticamente trasformarsi in un obiettivo realizzabile, ma modifica il punto dal quale comincia la progettazione. La scuola, con la sua capacità di accompagnare e di educare, deve imparare a riconoscere che il ragazzo davanti a noi possiede una volontà, e che questa volontà è parte integrante del suo percorso di vita.



