Dopo due ore di volo, gli haitiani espulsi dagli Stati Uniti tornano in un Paese in cui la violenza e la povertà dominano. Dalla fine di luglio 2026, gli USA hanno revocato lo status di protezione temporanea per Haiti, portando a un aumento esponenziale dei voli di espulsione verso Cap-Haïtien. La situazione, descritta come “molto caotica” da padre Clairvaux, ha visto migliaia di persone tornare in un Paese in cui la sicurezza è minima e il sostegno sociale non esiste. Molti di questi migranti, che avevano trovato rifugio negli Stati Uniti, ora si trovano a fronteggiare un futuro incerto, con il rischio di tratta, stupri e mancanza di cibo e alloggio.
Emergenza umanitaria a Cap-Haïtien
L’aeroporto di Cap-Haïtien, la principale città del nord del Paese, ha registrato un incremento significativo di voli negli ultimi mesi. Secondo l’Office National de la Migration, da luglio a settembre 2026 oltre 450 persone sono state espulse dagli Stati Uniti. La situazione si è aggravata nelle ultime settimane, con voli quotidiani e, in alcuni casi, a intervalli di sette ore. Padre Germain Clairvaux, direttore per Haiti del Servizio gesuita ai migranti, ha spiegato che molti di questi migranti, che avevano vissuto negli Stati Uniti per anni, tornano in un Paese senza mezzi, documenti o supporto. “Arrivano qui incatenati, per loro è un’umiliazione”, ha detto.
Violazioni dei diritti e deportazioni in Paesi africani
La situazione non riguarda solo gli haitiani, ma anche migranti provenienti da Nicaragua, Honduras e Salvador. Secondo Human Rights Watch, gli Stati Uniti stanno rimandando persone, alcune delle quali con richieste di asilo in sospeso, in un Paese che non ha la capacità di proteggerle dalla violenza o di aiutarle a trovare cibo e alloggio. La violenza in Haiti è un problema cronico: solo tra aprile e giugno 2026, l’ONU ha registrato oltre 1.400 morti a causa di bande criminali e scontri con la polizia. Bambini e donne sono particolarmente a rischio, con il rischio di tratta e stupri.
Non è raro vedere richiedenti asilo di Haiti, Nicaragua o Honduras scendere le scalette degli aerei nel cuore dell’Africa, in Paesi che non sono in grado di gestire le loro domande d’asilo. Le deportazioni in Paesi africani, come il Congo, la Centrafricana, il Sudan e la Sierra Leone, sono diventate una pratica comune, grazie a accordi siglati dagli Stati Uniti. “In quei Paesi non c’è alcuna possibilità che vengano date risposte alle domande d’asilo”, ha sottolineato l’avvocata Astrid Montealegre.
Diritti violati e sfide per gli avvocati
La legge degli Stati Uniti ha reso più difficile l’accesso al diritto d’asilo, soprattutto per coloro che avevano beneficiato del Tps, uno status che era stato concesso a molti haitiani e nicaraguensi. L’amministrazione Trump ha deciso di eliminare tali status, assimilandoli ai migranti irregolari. L’avvocata Montealegre ha spiegato che questa decisione ha portato a una situazione paradossale: mentre gli Stati Uniti denunciano la mancanza di libertà in Nicaragua, molti nicaraguensi vengono rimandati nel loro Paese. “L’attuale clima contro i migranti è noto”, ha detto. “C’è tanta enfatizzazione verso i migranti entrati senza visto, ma il richiedente asilo non può essere equiparato a un criminale: si tratta di un processo legale.”
Le agenzie legali, come quelle che seguono i casi di migranti, si trovano in una situazione di pressione costante. L’avvocata ha spiegato che, in alcuni casi, non è più possibile partecipare alle udienze in remoto, e si deve recarsi fisicamente da un luogo all’altro. “Le agende si riempiono, c’è meno disponibilità ad assumere cause di difesa di migranti”, ha concluso.



