Le fusioni bancarie, sempre più frequenti negli ultimi anni, vengono analizzate in termini di efficienza e impatto sul potere di mercato. L’articolo esamina come tali operazioni possano portare a guadagni di efficienza ma anche a una maggiore concentrazione del settore, con conseguenze per i clienti e per la stabilità del sistema finanziario. La domanda chiave è: le fusioni migliorano l’accesso al credito o lo riducono? E quali sono i rischi connessi al potere di mercato delle grandi banche?
Concentrazione e efficienza: un equilibrio in bilico
La concentrazione bancaria nell’area dell’euro è in aumento, come dimostrano i dati del periodo 1999-2025. L’indice di Herfindahl-Hirschman (HHI) ha registrato un incremento del 28% negli ultimi 25 anni, mentre le cinque banche più grandi (CR5) detengono circa il 70% dell’attivo totale. Questi dati evidenziano una tendenza a lungo termine, con variazioni significative tra i paesi. In particolare, i paesi più piccoli, come Cipro, Estonia, Finlandia e Paesi Bassi, mostrano un sistema bancario molto concentrato, mentre i paesi più grandi, come Italia e Spagna, hanno registrato un aumento significativo della concentrazione, soprattutto dopo la crisi finanziaria del 2008.
La contrazione del credito può essere in parte compensata dall’aumento dell’offerta delle altre banche presenti nel mercato locale. Gli eventuali guadagni di efficienza, redditività e solidità di banche più grandi si traducono in migliori o peggiori servizi, costi e accesso al credito. La domanda rimane: questi benefici si traducono in un miglioramento complessivo per i clienti o in una maggiore concentrazione del mercato?
Le fusioni possono ridurre l’accesso al credito e aumentare i tassi di interesse, a seconda delle dinamiche locali.
Effetti sul credito e sui tassi di interesse
Secondo la letteratura accademica, i risultati delle fusioni dipendono da diversi fattori, tra cui la dimensione delle banche coinvolte, la sovrapposizione dei mercati e le caratteristiche dei debitori. Ad esempio, Berger et al. (1998) hanno osservato che le banche coinvolte in fusioni riducono inizialmente i prestiti alle piccole imprese, ma questa contrazione è in parte compensata dall’aumento dell’offerta delle altre banche nel mercato locale. Un recente studio di Mayordomo et al. (2026) ha analizzato gli effetti del programma di ristrutturazione e consolidamento delle casse di risparmio spagnole (le Cajas) dopo la crisi del 2008. Gli autori hanno osservato che le banche risultanti dalle fusioni riducono la quantità complessiva di credito e applicano tassi più elevati ai nuovi prestiti, ma rifiutano meno domande di nuovi clienti e registrano meno prestiti in sofferenza. La maggiore efficienza nello screening contribuisce ad aumentare i profitti delle banche post-fusione e può, nel tempo, rafforzarne la solidità patrimoniale.
La maggiore efficienza delle banche post-fusione può migliorare i profitti, ma non sempre l’accesso al credito.
Le grandi banche, specialmente quelle considerate “too big to fail”, hanno un incentivo a crescere ulteriormente e a assumersi più rischi, contando sull’aiuto statale in caso di crisi. Questo fenomeno, noto come azzardo morale, può portare a una maggiore instabilità del sistema finanziario. Secondo Baron et al. (2025), le banche più grandi tendono a prendere più rischi prima di una crisi, con peggiore performance dei prestiti e sul mercato azionario, ma hanno una maggiore probabilità di sopravvivere grazie all’aspettativa di interventi pubblici.
Per valutare le fusioni bancarie, è necessario considerare il mercato e i segmenti di clientela coinvolti. I benefici di efficienza possono accompagnarsi a una riduzione del credito e a tassi di interesse più elevati. Quando una banca diventa sistemica, una sua crisi può richiedere un intervento pubblico, trasferendo parte dei costi sui contribuenti. Gli effetti di ogni fusione devono quindi essere valutati con attenzione, tenendo conto delle dinamiche locali e delle caratteristiche del settore.



