Un finto allarme sul fentanyl a Roma ha spostato l’attenzione dalle problematiche più diffuse, come il crack, secondo esperti e operatori del settore. Dopo il furto di 80 fiale di fentanyl dall’Ospedale israelitico di Roma, video diffusi sui social hanno alimentato il panico, portando a una serie di manifestazioni e denunce da parte dei residenti. Tuttavia, i controlli non hanno trovato traccia della sostanza, e il prefetto ha smentito la sua presenza nella città. «Noi giornalmente, soprattutto nell’attività che facciamo su strada “al minuto” con i falchi della polizia, con equipaggi dell’Arma, con la guardia di finanza, sequestriamo centinaia di dosi di varie sostanze stupefacenti da Tor Sapienza al Quarticciolo, dappertutto. Mai abbiamo intercettato il fentanyl», ha detto il prefetto Lamberto Giannini.
La situazione italiana non è come quella degli Stati Uniti
Secondo Emanuele Perrone, psicologo socio della cooperativa sociale Parsec e membro del direttivo Itaard, la diffusione del fentanyl in Italia non è paragonabile a quella degli Stati Uniti. «In centinaia di somministrazioni non abbiamo mai trovato un caso positivo», afferma Perrone. La crisi degli oppioidi negli Stati Uniti, legata alla falsificazione di dati scientifici da parte di aziende farmaceutiche, ha portato a una seconda ondata di overdose nel 2022, con oltre 72mila decessi. In Italia, invece, la situazione è diversa: «La crisi del fentanyl negli Stati Uniti è strettamente legata alla scelta di aziende che, dagli anni Novanta, hanno contribuito alla diffusione di farmaci oppioidi alterando e falsificando dati scientifici. In Italia questo non c’è stato», spiega Perrone.
Il crack è la sostanza più diffusa in Italia
Secondo l’Uepa, nel 2024 in tutta Europa sono stati stimati circa 11.400 utenti presi in carico nei servizi specialistici per consumo di crack, in aumento rispetto ai 9.900 dell’anno precedente. In Italia, nel 2025, il 43% degli utenti risulta in trattamento per consumo primario di cocaina o crack, e il 52% delle denunce penali per traffico e spaccio di stupefacenti riguarda la cocaina o il crack. «L’epidemia che c’è è quella del crack e non se ne parla tanto», accusa Perrone. «Credo perché ci costringerebbe a fare i conti con aspetti della nostra società che alcuni preferiscono negare».
La situazione italiana, inoltre, mostra una differenza significativa rispetto a paesi come Germania o Svizzera, dove i programmi di sanità pubblica permettono la somministrazione controllata di sostanze psicoattive. «Oggi in Italia tante persone sono costrette a rivolgersi al mercato illegale per acquistare un determinato tipo di sostanza che in altri paesi possono essere somministrate accedendo a programmi di sanità pubblica in un ambulatorio controllato», afferma Alessio Guidotti, della rete dei consumatori di sostanze psicoattive Itanpud.
Per Guidotti, il problema non è solo la diffusione del fentanyl, ma la focalizzazione delle istituzioni su politiche proibizionistiche o securitarie, anziché su politiche di prevenzione. La soluzione sta nell’investire sulle politiche di prevenzione dal basso. «Bisogna mettere in condizione noi e chi consuma di potersi tutelare da eventuali rischi. E per farlo bisogna testare le sostanze», conclude. La pratica del drug checking, ovvero l’analisi chimica delle sostanze psicoattive, è vista come una soluzione possibile per migliorare la sicurezza e la consapevolezza tra i consumatori.
Nonostante l’allarme sul fentanyl, i dati confermano che in Italia non è presente la sostanza. «Nessuna traccia del fentanyl», ha detto il prefetto. La situazione, però, rimane complessa e richiede una maggiore attenzione alle sostanze più diffuse, come il crack, e a una politica più orientata alla prevenzione e alla tutela dei consumatori.



