Il caso Giulio Regeni continua a dividere il governo italiano e le autorità egiziane, con segnali contraddittori da parte delle istituzioni. Il governo Meloni, attraverso il ministro per gli Affari Europei Tommaso Foti, ha espresso ambiguità sul risarcimento, alternando dichiarazioni di netta determinazione a retromarcie. La sentenza della Corte d’Assise di Roma, che ha disposto una provvisionale immediatamente esecutiva a carico dei condannati, non ha ancora scatenato una decisione definitiva. Mentre si attende il deposito della sentenza, il rischio di una rottura tra Italia e Egitto appare lontano, ma la situazione resta delicata.
Un governo in bilico tra ambiguità e strategia
Tommaso Foti, durante la trasmissione Tagadà di La7, aveva espresso la volontà di chiedere il risarcimento una volta depositata la sentenza. Tuttavia, poco dopo, ha precisato che «mi sembra prematuro parlarne in questa fase quando siamo solo al primo grado giudizio». Questo dietrofront ha suscitato dibattito, ma riflette una strategia di attesa. Il governo italiano, guidato da una leadership che privilegia la cautela, cerca di bilanciare la richiesta di giustizia con la difesa dei rapporti strategici con l’Egitto. La stessa premier Giorgia Meloni ha ribadito l’importanza di mantenere aperti i canali diplomatici con il Cairo.
La sentenza non è un punto di rottura, ma un passo in una strategia complessa.
La sentenza, che va a favore dell’Egitto, non ha scatenato una reazione immediata da parte delle autorità egiziane. Anche se il governo italiano ha utilizzato tutti i canali politici e diplomatici per cercare una soluzione, il Cairo ha mantenuto una posizione distante. La mancata collaborazione alle indagini denunciata dalle parti coinvolte ha reso la situazione più complessa. L’Egitto, attraverso fonti diplomatiche, ha confermato che non ha interagito con il processo sin dal suo inizio, e quindi non intende impugnare la sentenza.
Un segnale chiaro da parte degli apparati di sicurezza egizi
Al Cairo, ieri, gli apparati di sicurezza hanno lanciato un segnale chiaro. Il media indipendente egiziano Mada Masr ha riferito di arresti di sei giornalisti, avvenuti nella serata di lunedì dopo la pronuncia della sentenza. Non sono state fornite informazioni ufficiali sui luoghi di detenzione o sulle motivazioni legali del loro arresto. La redazione del media ha dichiarato che «l’intera redazione si trova ora in stato di detenzione: una situazione senza precedenti per la piattaforma, che solleva gravi interrogativi sulle misure adottate contro un’intera redazione e i suoi giornalisti». I giornalisti, tutti cittadini egiziani, sono accusati di aver scritto inchieste e articoli di fact checking sul governo egiziano.
La repressione in Egitto non è mai stata una novità, ma il caso Regeni ha acceso un dibattito internazionale.
La situazione in Egitto, sotto il regime di Abdel Fattah al-Sisi, è segnata da una crescente repressione dei media e della libertà di espressione. Il caso Regeni, pur essendo un episodio isolato, ha acceso un dibattito internazionale, con l’Italia che cerca di mantenere un equilibrio tra giustizia e relazioni strategiche. Il governo italiano, attraverso la sua strategia di attesa, cerca di evitare di innescare una crisi diplomatica, ma non può ignorare le pressioni interne e internazionali.
La sentenza, pur non essendo una condanna delle istituzioni egiziane, ha reso evidente la complessità del caso. Mentre si attende il deposito della sentenza e la sua eventuale impugnazione, il rischio di una rottura appare lontano, ma la situazione resta delicata. Il governo italiano, attraverso una strategia di attesa, cerca di bilanciare la richiesta di giustizia con la difesa dei rapporti strategici con l’Egitto.



