Una madre, Paola, racconta la sua quotidiana lotta per prendersi cura di Nadia, una ragazza di 21 anni con disturbi psichici. “Non ho tempo nemmeno di piangere per la sofferenza di mia figlia”, dice, descrivendo una situazione che si presenta come un “incubo” emotivo, esistenziale, economico e sanitario. La sua storia, toccante e drammatica, mette in luce le difficoltà che le famiglie, e in particolare le madri, affrontano quando si trovano a gestire una condizione psichiatrica complessa. La ragazza, da quando ne aveva 16 anni, vive “più in regime ospedaliero che casalingo”, con un carico di ansia e preoccupazione che la rende schiacciata da un senso di responsabilità costante.
Un sistema sanitario inadeguato
La rete dei servizi per la salute mentale in Italia è organizzata sotto il Dipartimento di salute mentale (Dsm), ma le disparità regionali e la frammentazione dei percorsi di cura rendono il sistema poco accessibile e spesso inadeguato. “In Italia, la rete dei servizi per la salute mentale è organizzata sotto il Dipartimento di salute mentale (Dsm), dotato di una serie di enti di assistenza tra cui i centri di salute mentale (Csm) per l’assistenza diurna; le strutture residenziali e i servizi ospedalieri psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc)”, spiega Paola. Tuttavia, le strutture non sempre riescono a gestire casi complessi, come quelli di Nadia, che non riesce ad alzarsi dal letto e non riceve cure adeguate.
Le esperienze in ospedale non sono state positive: “Negli ultimi due ricoveri avvenuti in Veneto, mia figlia è stata rimandata a casa perché definita una paziente che non collabora”, racconta. La madre si sente spesso liquidata dal personale sanitario, che le attribuisce la responsabilità della situazione. “Mi sono sentita dire più volte: ‘E’ una sua responsabilità’”, dice Paola. Questo senso di colpa e vittimizzazione secondaria ha ulteriore impatto sulla sua vita personale e professionale.
La famiglia come unica risorsa
La famiglia, in particolare le madri, si trova spesso a dover gestire la cura e l’assistenza in mancanza di supporto istituzionale. “E’ quello che vivo adesso, spesso liquidata dal personale sanitario stesso a cui ho chiesto aiuto come la sola che può prendersi cura di sua figlia”, dice Paola. La madre non è una psichiatra, non è una psicologa, non è un’educatrice, non è un’infermiera, ma si sente costretta a fare da sola. “Come non può curare un tumore, una malformazione genetica, un cuore malato, una disabilità fisica grave, non può curare neppure una problematica psichiatrica”, conclude.
La sua speranza è che la salute mentale diventi un tema politico e che le cure siano realmente accessibili. “Spero che la salute mentale e la sua gestione diventino seriamente un tema politico, che si rendano realmente accessibili le cure”, dice. Per ora, però, la madre e la sua figlia vivono in una situazione di emergenza continua, con un futuro che sembra sempre più lontano. “Oggi per me è difficile immaginare un futuro”, conclude Paola. “La mia prospettiva si è accorciata a un lasso di tempo che, quando va bene, va di settimana in settimana, mentre nei giorni ‘No’ l’unico obiettivo è portare a casa la giornata.”



