Massimo Cacciari, filosofo e membro dell’Accademia dei Lincei, ha criticato la riduzione di San Francesco d’Assisi a una figura rassicurante, ridotta a immagini di ecologista o pacifista amico degli animali. Secondo il filosofo, la cultura contemporanea ha completamente frainteso il messaggio del Santo, che viveva in povertà e lodava le creature alla luce del loro rapporto con il Creatore. La festa di San Francesco, patrono d’Italia, cade oggi, ma per Cacciari questa celebrazione è quasi una bestemmia.
La letizia tradita dai suoi interpreti
San Francesco, che abbandonò ogni bene e ogni ricchezza, morì alla Porziuncola, all’età di circa 44 anni, nella totale povertà e fu proclamato santo da papa Gregorio IX nel 1228. Il suo messaggio, però, è stato distorto. «Francesco cantava, predicava il Vangelo cantando, trasmettendone la letizia», spiega Cacciari. AI suoi frati chiedeva di non essere mai “nebulosi”, perché ciò che dovevano testimoniare agli altri è una notizia lieta. Tuttavia, oggi San Francesco viene ridotto a immagini limitate, rassicuranti, e persino a un simbolo di ecologia o di pace.
La povertà per Francesco non è un sacrificio, ma una liberazione. «Non abbandonare un mantello e darlo al povero mendicante. Non liberarsi da alcune zavorre, ma lasciar andare l’amore di sé», sottolinea Cacciari. Il Santo, inoltre, lodava le creature non per il loro essere umano, ma per il loro rapporto con il Creatore. «Le cose vengono da lui lodate in quanto creature, solo perché il loro essere esalta il Creatore», spiega il filosofo. Senza questo legame tra creatura e Creatore, nulla è propriamente lodabile.
La cultura contemporanea ha perso la grammatica della realtà
«Ha perso la «grammatica» della realtà», dice Elisa Grimi, direttrice della Cattedra Hildebrand. Il problema non è soltanto l’allontanamento da Dio, ma la perdita degli strumenti per riconoscere verità, bene e trascendenza. «Da Del Noce a Giussani, fino a von Hildebrand, si cerca di recuperare questa capacità», aggiunge Grimi. La morte è un morire, non un crepare. «La morte è Sorella morte, non un crepare», dice Cacciari. «La morte è un morire, verbum agentis, non un crepare». San Francesco, che viveva la morte con letizia, oggi è dimenticato. «Oggi non si muore come ci ha insegnato lui, che l’ha vissuta lietamente, cantando appunto. Oggi si crepa, cerchiamo in tutti i modi di dimenticare la morte», conclude il filosofo. «Proviamo a protrarre la nostra pseudo-gioventù o le nostre vecchiaie, grazie a una cultura che rimuove il morire».
La figura di San Francesco, che ha ispirato Dante, Giotto e Paul Hindemith, oggi è ridotta a una immagine rassicurante. «Se fossimo sinceri con noi stessi, dovremmo organizzare un convegno e intitolarlo così: “La completa assenza di Francesco nella nostra vita e nelle nostre azioni”», dice Cacciari. La lezione del Santo, che ha visto la povertà come liberazione e la morte come passaggio, è oggi completamente dimenticata. La cultura contemporanea, però, ha perso questa grammatica. «Ha perso la «grammatica» della realtà», dice Elisa Grimi, direttrice della Cattedra Hildebrand. Il problema non è soltanto l’allontanamento da Dio, ma la perdita degli strumenti per riconoscere verità, bene e trascendenza. «Da Del Noce a Giussani, fino a von Hildebrand, si cerca di recuperare questa capacità», aggiunge Grimi.



