La ricostruzione della Siria, in atto da anni, non sembra tenere conto dei diritti umani delle comunità colpite dal conflitto. Oltre tre milioni e mezzo di persone stanno tornando in patria dopo lunghi periodi di sfollamento, trovando abitazioni distrutte, villaggi privi di acqua e elettricità, e servizi medici e scolastici inesistenti. Secondo il portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, le decisioni sulla ricostruzione vengono prese senza consultare le persone direttamente interessate, senza meccanismi per presentare reclami o richieste di risarcimento.
Investimenti privati e risarcimenti limitati
A Jobar, uno dei quartieri orientali di Damasco con un tasso di distruzione del 95 per cento, le autorità hanno informato gli abitanti rientrati che non avrebbero potuto ricostruire autonomamente le loro abitazioni. Ne sarebbero state fornite di nuove, grazie a investimenti privati stranieri, ma con una superficie calpestabile inferiore del 50 per cento rispetto a prima. Questo, secondo le fonti, sarebbe valso come risarcimento. Tuttavia, la mancanza di consultazione e di meccanismi di reclamo ha suscitato proteste in diversi centri, tra cui Homs, Aleppo e Damasco.
Il sindaco di un villaggio in provincia di Idlib, Noureddine Othman, ha raccontato che prima della guerra il villaggio aveva 8500 abitanti, cinque scuole e un ospedale. Ora gli abitanti sono 13000 e le case con un tetto sopra la testa sono solo sette. Si vive nelle tende. La legge 10 del 2018, che annullava il diritto di proprietà a meno che non si fosse presentata entro un lasso di tempo breve la documentazione sul possesso di un bene, ha reso impossibile per molte persone ottenere risarcimenti.
Un piano di ripresa senza partecipazione
Il governo di transizione siriano ha pubblicato un piano di ripresa nazionale a marzo, ma le decisioni riguardanti la ricostruzione dei centri maggiormente distrutti vengono prese senza consultare le persone direttamente interessate. Secondo la Banca mondiale, per ricostruire la Siria occorreranno fino a 345 miliardi di dollari. Gli Stati del Golfo e l’Unione europea hanno mobilitato miliardi di dollari in aiuti e investimenti, ma la mancanza di partecipazione delle comunità colpite ha reso il processo di ricostruzione fragile. Alcune opere sono in corso: a Homs ha riaperto il ponte al-Rastan, un’arteria fondamentale che collega varie province siriane, così come a Raqqa il ponte Rashid sull’Eufrate. Grazie ai fondi della Banca mondiale l’infrastruttura elettrica nazionale è in fase di riabilitazione. Tuttavia, il progetto governativo “Siria senza campi” prevede la chiusura dei rifugi per le persone sfollate entro il 2027. Tuttavia, molte hanno già dovuto tornare a casa dai campi del nordest della Siria a seguito della fine degli aiuti umanitari statunitensi.
La ricostruzione non rispetta i diritti umani delle comunità colpite.
Le decisioni riguardanti la ricostruzione dei centri maggiormente distrutti vengono prese senza consultare le persone direttamente interessate e senza prevedere meccanismi per presentare reclami o richieste di risarcimento. Questo, non solo adesso ma in prospettiva, è un grande problema. Come sarà possibile rientrare in modo degno e rispettoso dei diritti? La risposta, per ora, sembra essere negativa. La ricostruzione, pur se in atto, non sembra rispettare i diritti umani delle comunità colpite.



