L’anoressia mima la morte. È questa la frase che ha dato il titolo a un libro recentemente pubblicato, Corpo libero. Il mondo maschile dei disturbi dell’alimentazione, scritto da Eugenio Giannetta. L’autore, giornalista e autore del programma Rai O anche no su disabilità e diritti, ha raccolto storie di uomini che vivono con disturbi alimentari, spesso in silenzio e in un contesto sociale che li marginalizza. L’esperienza personale di Giannetta, come caregiver di una persona amata che si è avvicinata alla morte per dimagrimento estremo, ha spinto a esplorare un tema poco conosciuto ma profondamente umano.
Un’esperienza di caregiving e un’identità in costruzione
La malattia non è solo un problema individuale, ma un fenomeno che coinvolge famiglie, comunità e sistemi di supporto. Giannetta ha raccontato come, nel suo ruolo di caregiver, si sia trovato a confrontarsi con la sofferenza altrui, spesso senza trovare risposte. La sua compagna, Martina, psicologa che si occupava di lutto, lo ha aiutato a comprendere l’importanza di porsi in modo paritario e curioso, senza paura di mostrare la propria fragilità. Questo approccio ha permesso di entrare più facilmente in empatia con le persone intervistate, ma ha anche reso evidente il rischio di rivelare aspetti della propria personalità non ancora pronti a essere affrontati.
La frase “L’anoressia mima la morte” ha trovato un eco nella sua vita personale. L’esperienza di assistere una persona amata a un dimagrimento rapido e vicino alla morte ha reso evidente il tema della mortalità nei disturbi alimentari. La malattia non è solo un problema fisico, ma un riflesso di un’identità in costruzione, di un bisogno di controllo e di un’esperienza di sofferenza che non si può ignorare.
Un mondo invisibile e un’identità plasmata dai social
Il libro si concentra su una realtà spesso ignorata: l’esperienza maschile dei disturbi alimentari. In Italia, circa 3,5 milioni di persone soffrono di psicopatologie alimentari, ma il 90% dei casi riguarda donne. L’aumento del numero di uomini che si rivolgono a strutture specializzate, soprattutto tra i 12 e i 17 anni, segna un cambiamento nella percezione sociale. Tuttavia, l’immaginario collettivo e la letteratura dedicata ai disturbi alimentari continuano a essere dominati da testimonianze femminili.
Un tema centrale del libro è la solitudine. Francesco, un trentacinquenne malato di anoressia, identifica il proprio problema nella solitudine e nella “gestione del vuoto”. Questo vuoto, spesso legato al terrore di non conoscere se stessi, si intreccia con l’identità sempre più plasmata attraverso i social, soprattutto tra le generazioni più giovani. La vita online, con la sua velocità e la sua superficialità, non riesce a colmare il bisogno di connessione reale, che spesso si esprime attraverso la malattia. La malattia non è solo un problema fisico, ma un riflesso di un’identità in costruzione. L’esperienza di prossimità a una persona malata ha reso evidente quanto sia difficile affrontare la sofferenza altrui, ma anche quanto sia necessario farlo. L’anoressia mima la morte, ma non deve essere un segreto. È un tema che merita di essere conosciuto, discusso e, soprattutto, ascoltato.



