La protesta studentesca in Francia e in Italia si svolge su temi simili, ma con risposte politiche e sociali diverse. In entrambi i Paesi, gli studenti denunciano condizioni di scuola precarie, con aule surriscaldate, mancanza di docenti, sovraffollamento e mancanza di infrastrutture. Tuttavia, in Francia le proteste hanno trovato un sostegno più ampio, mentre in Italia le rivendicazioni restano spesso marginalizzate. La situazione si è intensificata a partire dal 21 settembre, quando studenti, genitori e insegnanti si sono mobilitati a Créteil, nella periferia di Parigi, per chiedere più risorse per la scuola.
Proteste in piazza e blocchi di istituti
Il 6 ottobre, le lezioni erano sospese in 891 licei su 3.700, più di 57 sedi universitarie erano bloccate, e in piazza c’erano oltre 250mila persone, secondo il ministero dell’interno, mentre gli organizzatori segnalavano 450mila partecipanti. La protesta ha coinvolto studenti, genitori e insegnanti, che hanno chiesto un miglioramento delle condizioni di studio, con particolare attenzione alle infrastrutture e al numero di docenti. La mobilitazione ha trovato un sostegno significativo, con il 72 per cento dei francesi che giudica legittime le rivendicazioni e il 55 per cento che approva la protesta.
La protesta ha dimostrato che un governo può cedere, ma anche che la polizia tratta i ragazzi come un problema di ordine pubblico. La forma della protesta, come il blocus, è diventata una strategia per evitare di disturbare la produzione. Il 21 settembre al liceo Saint-Exupéry di Créteil, studenti, genitori e insegnanti si sono piantati davanti ai cancelli per chiedere più mezzi per la scuola.
Le ragioni delle proteste e le risposte governative
Le ragioni delle proteste sono contabili prima che ideologiche. Le classi sono sovrappotate, con un numero medio di 30,2 alunni nei licei generali e tecnologici, ma l’Union syndicale lycéenne (Usl) segnala numeri più elevati. Il 7,5 per cento delle ore di lezione viene perso per la mancanza di docenti sostituenti, e le giornate di assenza lunga sono quasi raddoppiate in sei anni. In alcune aule, come a Angers, si rimane seduti per ore in ambienti a 13 gradi. La protesta si estende anche all’idea di scuola, come il tetto del 30 per cento di alunni stranieri.
La risposta governativa iniziale è stata di ordine pubblico, con un aumento dei fermi e delle cariche. Tuttavia, dopo la crescita del sostegno popolare, sono arrivati tremila supplenti e la promessa del primo ministro Sébastien Lecornu di emendare la finanziaria. La protesta ha dimostrato che un governo può cedere, ma anche che la polizia tratta i ragazzi come un problema di ordine pubblico. La differenza tra Francia e Italia sta poco nei problemi e molto in quello che si sa di poterne fare, e nel contesto politico generale. In Francia, i ragazzi hanno una cifra, dieci miliardi, e un indirizzo a cui recapitarla: una legge di bilancio in discussione, a pochi mesi dalle presidenziali. In Italia, invece, la mobilitazione degli studenti fatica a essere riconosciuta come legittima perfino da chi dirige le scuole. Mario Rusconi, che guida l’Associazione nazionale presidi di Roma, ha liquidato le occupazioni dicendo che «non hanno mai ottenuto risultati».
La protesta in Italia, sebbene non abbia ancora raggiunto lo stesso livello di intensità di quella francese, segnala una crescente insoddisfazione per le condizioni di scuola. La situazione in Italia è peggiore: l’Italia spende per l’istruzione il 4,06 per cento del Pil, la Francia il 5,26. Nell’ultimo anno scolastico Cittadinanzattiva ha contato 68 crolli nelle scuole, con dodici feriti, e il 59 per cento degli edifici risulta senza certificato di agibilità. La lunga durata della protesta in Italia è una memoria di sconfitte, con esempi come la Pantera, nata a Palermo nel dicembre 1989 contro la riforma Ruberti, che ottenne appena qualche emendamento.



